Ferragosto in Montagna 2019

2’ min di lettura.

Il crocevia dell’estate che si appresta a concludersi, forse il grande appuntamento atteso dai vacanzieri, è visto come una giornata di festa e relax dai più diversi significati.
Il riposo di Augusto o meglio le feriae augusti nascono proprio grazie all’imperatore che nel 18 a.C. decise di introdurre la festività come celebrazione della fine dei lavori agricoli e per fornire un adeguato periodo di riposo dopo le grandi fatiche dei giorni precedenti.
Attualmente ha preso le sembianze di una festa ad ampio raggio, multiculturale e coinvolgente che spazia dalle iniziative culinarie alla musica un po’ ovunque.

Il nostro ferragosto si vivrà nelle montagne della Sardegna e avrà il sapore dolce della Carapigna, probabilmente il più antico gelato dell’isola fatto di acqua, zucchero e limone.
Arrivato grazie allo scambio culturale con le maestranze iberiche nel XVI secolo è ancora oggi preparato a mano dagli artigiani con gli appositi strumenti e con l’antica ricetta.

Durante questa giornata di Giovedì 15 Agosto 2019, andremo ad assaggiare più volte questo gelato e per arricchire il programma vi proponiamo due ‘Esperienze emozionali’ in cui l’ospite stesso sarà il protagonista.

  • Il trekking al Flumendosa;

Avremo il privilegio di calpestare sentieri montani che parlano di una terra millenaria che sprigiona una forte energia e che preserva un’immensa varietà di bellezze naturali per poi concludere il trekking con un fresco bagno nel Flumendosa.

  • I laboratori della pasta e del pane ad Aritzo;

Toccheremo con mano e tutti i tuoi sensi saranno coinvolti nell’esperienza della lavorazione della pasta e del pane tipico sardo all’interno di una storica abitazione aritzese. Assisteremo alle diverse fasi insieme ai componenti della famiglia, appartenenti a più generazioni, interagirai con tutti loro e sarai protagonista diretto del rituale sacro della preparazione di pasta e pane che ti lascerà un sapore antico in bocca ed una ‘calda’ emozione nel cuore.

 

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Testi a cura di Francesco Manca ©

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Trekking in Sardegna: parte prima.
Le cale del Supramonte di Baunei.

Acque blu, sentieri selvaggi e carbonato di calcio.
Tre ingredienti speciali per un fine settimana in trekking.

Il nome Supramonte sentendolo pronunciare evoca subito vari ricordi che lasciano un alone di mistero.
Corre l’anno 2019 e il trekking in Sardegna inizia a prender piede, numerosi turisti da tutte le parti del mondo studiano da prima di viaggiare i territori della nostra isola, oramai non più terra di soli avventurieri ma meta ben precisa da raggiungere.

È così che il paesaggio aspro che si tuffa sul mare, ricco di vegetazione autoctona che profuma di ginepro, vecchio regno di caprai e banditi è diventato luogo di emozionanti arrampicate e di indimenticabili escursioni.

È il primo impatto che conta. Così si dice spesso in montagna quando si incontra un monumento naturale che ha tutte le caratteristiche per rubarti il cuore. E qui le acque blu del mare di Baunei, le falesie di calcare e i sentieri selvaggi che si snodano all’interno entrano nella memoria di chiunque abbia il privilegio di goderne la maestosità.

Noi ci andremo in escursione il fine settimana del 15 e 16 Giugno.

Affronteremo il sabato il percorso che dalla località ‘Piredda’ ci porta al ‘Bacu Mudaloru’ e la domenica partiremo dalla località ‘Ololbissi’ per raggiungere ‘Cala Biriola’ un delle perle di questo fantastico angolo di Sardegna.

Passeremo la notte in un ovile, ospiti di alcuni amici di vecchia data in modo da trascorrere una serata con loro immergendoci ancora di più nella realtà locale.

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L’evento in Ogliastra è realizzato dall’azienda Your Sardinia Experience ®, Guide Turistiche ed Ambientali Escursionistiche iscritte al registro RAS e iscritte all’AIGAE, associazione italiana guide ambientali escursionistiche. Per l’occasione, come amiamo fare, ci avvarremo della collaborazione di diverse realtà locali operanti nel territorio visitato.

L’assicurazione RC è inclusa per tutti i partecipanti e l’accompagnamento sarà effettuato da guide @AIGAE Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche e iscritte al Registro Regionale RAS (Regione Autonoma della Sardegna). Affidarsi a guide professionali certificate è una garanzia in più per la vostra sicurezza e per la qualità dell’esperienza.

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Esperienza in famiglia

Aritzo, patria del poeta Bachisio Sulis, a 817 metri sul livello del mare, sorge sulla costa del monte Genna de Crobu, la parte estrema settentrionale della montagna di Funtana Cugnada, una delle più alte dell’isola. Il nome del paese potrebbe derivare dalla parola fenicia “haratz” che significa forte, sicuro; altri la riportano alla lontana eredità nuragica, come “luogo in cui nascono le acque”. Infatti il paese è ricco di sorgenti, le più famose sono quelle di Is Alinos, Su zurru e Sant’Antoni.

L’Angius definiva questo piccolo paese il giardino della Sardegna, per la sua varietà di vegetazione, ma anche per quelli che un tempo erano gli abiti tradizionali, in special modo quelli delle donne. Il giallo e il blu de Su cippone attrinau, il viola de S’isciallu, copricapo in seta arricchito di bellissimi disegni a fiori, ed infine il rosso de Su sautzu, la pesante gonna d’orbace.

Il paese oggi, nonostante il passare degli anni, conserva ancora qualche balcone o ballatoio in legno nelle case in scisto, visibili in un curatissimo centro storico. L’economia del paese è basata su pastorizia e artigianato, che prende forma dal legno dei suoi immensi castagneti. Sos maistos ‘e linna producono famose cassepanche (cascias ‘e Aritzo) e taglieri, secondo la tecnica dell’intaglio. Is cascias, erano adibite alla conservazione del pane e della biancheria, soprattutto della novella sposa.

Cosa vi offrirà questa esperienza in famiglia

Verrete immersi in un’atmosfera familiare, dove non rivestirete il ruolo di ospiti ma di uno di loro. Assisterete ai laboratori di prodotti tipici (pasta fresca, pane, torrone, formaggio e carapigna) con cui la maggior parte delle persone si misura solo al supermercato, ignorando quanto lavoro e pazienza vi siano dietro.

Questo tour vi permetterà realmente di far un passo nel passato, vivendo la genuinità e le tradizioni locali. Sarete accolti dal sorriso e dalla cortesia tipica delle donne e degli uomini del paese di Aritzo, che con grande orgoglio vi mostreranno tradizioni da sapore antico. La famiglia dividerà con voi i piaceri del buon cibo e le conoscenze di un’arte culinaria, in altri luoghi ormai andata perduta.

Pane e pasta fresca

Il pane non era in passato solo un alimento fondamentale per le famiglie aritzesi, ma rivestiva un ruolo tra il sacro e il rituale. Chi poteva permettersi il forno, panificava per sfamare la famiglia, anche se la distribuzione dei pani avveniva nella cerchia del vicinato e del parentado. Le donne erano solite alzarsi all’alba per preparare l’impasto, prima di metterlo a riposo, facevano il segno della croce con le mani, augurandosi e pregando che avesse buon esito. Tra i pani tipici dei questo piccolo paese barbaricino troviamo il pane carasau o carta da musica. Con i suoi semplici ingredienti, vi sembrerà, vista la sua croccantezza, di sentire una sinfonia musicale, proprio come se fosse carta da musica.

La preparazione è molto delicata e richiede una certa esperienza. Dopo s’inthurta, la miscela degli ingredienti in ampie ciotole di terracotta o di legno, si impasta il tutto con decisi e veloci movimenti. Dopodiché si dispone la pasta in contenitori di sughero o terracotta, coperti da panni spessi, perché possa pesare, ovvero alzarsi e lievitare. Lavorati i singoli pezzi con piccoli mattarelli, vengono infornati in forni esclusivamente a legna ed a altissime temperature. Con una pala le donne infornano i dischi di pane per una prima cottura che vede il pane gonfiarsi come una palla. Il pane viene diviso in due facce e infornato una seconda volta, da cui il termine dialettale di carasadura. Accanto al carasau, troviamo sa coccoi cun gelda, una sorta di piccolo calzone col ripieno di ciò che rimane del lardo dopo l’estrazione dello strutto, con l’aggiunta di cipolle e formaggio pecorino. Ed infine Su tancone, pane a lungo durata con crosta dura denominato altrove civargiu.

Sull’impasto di alcune varietà di pane, come detto sopra, veniva inciso col coltello il segno della croce, per scacciare i demoni o le forze maligne che avrebbero impedito la lievitazione, privando la famiglia del prezioso cibo. In realtà questo taglio aveva una seconda spiegazione, scientifica stavolta, infatti permetteva alla pasta di avere una giusta lievitazione anche negli strati più profondi. Tra la pasta fresca spiccano senz’altro i ravioli di patate e gli gnocchi, chiamati pitzeddos.

Dolci aritzesi

Tanti sono i dolci aritzesi, tra cui spiccano per gusto senz’altro Sa panesaba, ottenuta dall’amalgama di noci, nocciole e saba, il mosto lasciato a raffinare, Is bucconettos, impasto di nocciole tostate e macinate con l’aggiunta di miele, Is caschettas, sfoglia avvolta in spirale con all’interno un impasto di noci, nocciole e miele,  Is sebadas  col ripieno di formaggio, Is pabassinos, piccoli dolcetti di pasta frolla, noci e uva passa,  ed infine, ma non meno importante Is orrubiolus fatti con pasta fresca e scorza di buccia d’arancia o di limone.

Carapigna

La carapigna è il tipico sorbetto di Aritzo; le sue origini sono antichissime.  Nel periodo invernale la neve veniva depositata dagli niargios in grotte  o cave appositamente  costruite (le neviere), dove si conservava tutto l’anno, destinata soprattutto alla città di Cagliari, che in estate riceveva molti carichi al giorno. Per il paese era un’importante fonte di reddito. Nel periodo estivo il ghiaccio, sottoforma di blocchi, veniva trasportato e commercializzato in tutto il Campidano per i diversi usi e per la produzione del sorbetto. La neve tagliata a grossi pezzi cilindrici, veniva caricata sui cavalli, i quali viaggiavano durante la notte per sfuggire al calore e ai raggi del sole, che avrebbero compromesso il ricco bottino. Oggi si usa il ghiaccio, ma la lavorazione, la conservazione e la stagionatura sono rimaste le stesse, ecco il motivo per cui il sapore di questo squisito sorbetto al limone è rimasto pressoché inalterato.

Si prepara con l’utilizzo di una sorbettiera in alluminio al cui interno si versa una limonata preparata con acqua, zucchero e limone. Una volta chiusa con un coperchio munito di maniglia, la sorbettiera si introduce all’interno di su barrile, una tinozza in legno aperta nella parte superiore. Sul fondo e nell’intercapedine intorno alla sorbettiera viene disposto ghiaccio tagliato a pezzi che viene poi cosparso di sale. Il movimento rotatorio impresso manualmente alla sorbettiera contro la superficie fredda, grazie anche all’azione del sale, fa si che la limonata a contatto delle pareti si solidifichi. La sorbettiera viene aperta e il contenuto lavorato con diversi strumenti in acciaio e in legno, affinché il prodotto sia il più soffice possibile, proprio come la neve fresca.

Salumi e prosciutti

Nella cantina della casa barbaricina, la famiglia vi farà vedere i prosciutti e salsicce appesi al soffitto, e vi farà gustare soffici fette dei loro prodotti accompagnati dal pane carasau.

Un tempo l’uccisione del maiale all’interno di una famiglia, rappresentava una grande festa. L’animale fatto ingrassare il più possibile con una dieta a base di ghiande veniva ucciso dai membri maschili, ma all’uccisione assistevano tutti, comprese donne e bambini. Dopo essere stato ucciso l’animale veniva dissanguato e il prezioso liquido raccolto in bacinella e fatto bere ancora caldo ai bambini. Agli stessi veniva dato un pezzetto di fegato anch’esso ancora caldo, per fortificarli e nutrirli. Dato che del maiale non si butta via niente, gli uomini preparavano prosciutti, salumi, salsicce, sanguinaccio e is grandulas, ovvero i guanciali. La testa dell’animale veniva tagliata a pezzi e messa a bollire con fave secche, rappresentando uno dei piatti più prelibati della tavola aritzese. Infine altri due piatti tipici erano s’entre ‘e samene, letteralmente pancia di sangue, e s’idalizzu, sanguinaccio con l’aggiunta di uva passa, cannella e chiodi di garofano.

La mia family experience

E’ stata la mia prima ‘Family experience’ (Esperienza in famiglia), ma viste le emozioni che ho provato, sarei pronta a replicarla in ogni momento. Dopo la visita guidata all’ecomuseo di Aritzo, e una breve camminata per raggiungere il paese attraverso una stradina di campagna, siamo stati in un piccolo piazzale dove abbiamo degustato prosciutto e guanciale, mentre davanti ai nostri occhi un giovane pastore preparava il formaggio.

Siamo stati poi condotti in una casa in perfetto stile barbaricino, una domu ‘e mannai che già dalle fattezze esterne suscita curiosità. Un enorme piazzale esterno, due piccoli locali inseriti al suo interno, tra cui la stanza del forno, completavano l’opera altri vani, tra cui una cantina con i prosciutti e i guanciali appesi al soffitto.  Una gentile signora ci ha salutato varcando il cortile esterno, stringendoci  la mano uno per uno. In quel momento, presentandomi a questa gentile aritzese, mi sono sentita felice, perché il calore umano e la cortesia reale che ti hanno dato ha un sapore di qualcosa che non si trova più.

Dopo esserci accomodati tutti insieme fuori nei vari muretti in pietra, alcuni di noi hanno visitato gli interni; in uno che dava sul cortile, vi era un’esposizione di oli e liquori locali, limoncello e mirto, e un’incredibile Aritzella, crema di nocciole del luogo. Abbiamo degustato e assaggiato queste prelibatezze e siamo stati sfamati con vari piatti: coccoi cun gelda, carne di cinghiale in umido, e pane carasau appena sfornato. Una veloce curiosità, il pane era infornato da un giovane ragazzo che passava i dischi pronti alla signora seduta accanto, che li sistemava sotto una pesante tavola di legno per appiattirli. Nella tradizione la preparazione del pane era un’esclusiva femminile,  vedere questo ragazzo eseguire veloce i passaggi è stato emozionante. Cambia la generazione ma la fatica e l’essenza sono le stesse.

Nel cortile c’era aria di festa e piena condivisione, sembravamo una grande famiglia allargata, anche se tra noi non ci conoscevamo. Si è respirata allegria e semplicità  fino all’ultimo istante; i sorrisi delle donne che ci hanno accolto e abbracciato come fossimo stati figli loro, le stesse donne che ci hanno mostrato la lavorazione della pasta fresca. Alcune di noi si sono premunite di cuffia e grembiule, e insieme a Signora Vittoria e zia Pupetta si sono cimentate in questa non semplice pratica.

Tutti sorridevano, mangiavano e bevevano, mentre le nostre guide ci intrattenevano con aneddoti sul paese. Mi sono sentita come a casa, accolta, ben voluta e amata. Io provengo da un piccolo paese vicino, per me queste pratiche e quest’atmosfera sono normali. Ma sono qualcosa di nuovo per chi viene dalle città, per chi è immerso nel caos e nella routine movimentata del lavoro. Consiglio la Family experience a coloro che cercano un momento lontano dalla vita frenetica e dal rumore, che sognano di trascorrere qualche ora in un piccolo angolo di paradiso, vivendo momenti di condivisione, gioia e genuinità, coloro che voglio scoprire e riscoprire le radici sarde.

Aritzo è ciò che risponde ai vostri desideri.

Dopo esserci congedati da quella calda atmosfera, ci siamo avviati nelle strette vie che portano al centro storico, con la visita de Sa Bovida, ovvero delle carceri spagnole e della Casa Devilla. Pensavamo di aver visto tutto, ed invece sorpresi abbiamo assistito alla preparazione della carapigna e del torrone. Un’esperienza incredibile, fatta di sapori veri e forti. Il torrone caldo si scioglieva in bocca mentre sentivi il gusto delle croccanti noci aritzesi. Un bicchiere di carapigna completava il tutto, ti rinfrescava la bocca e ti dava vitalità. Felici ma anche un po’ tristi, perché era il momento di partire, abbiamo salutato le nostre guide e il maestro torronaio. Poche ed essenziali parole per descrivere ciò che abbiamo vissuto e visto in una fredda mattina di marzo: tradizione, cultura, identità, emozioni vere  e…famiglia.

Grazie a Francesco, a suo padre Albino, a sua madre  Vittoria, alle sue zie Pupetta, Beatrice, Fulvia e Mariantonia, a suo fratello Stefano.

Grazie ai vari collaboratori, tra cui Stefano e alle meravigliose ragazze vestite con l’abito tradizionale, simbolo di identità e fierezza sarda.

Grazie ad Aritzo per averci aperto le sue porte e le sua case. Voi tutti siete stati la mia famiglia per un giorno.

Marianna Piras

 

Due giorni in ‘paradiso’ … in trekking a Cala Luna e Cala Sisine!

Trekking Golfo di Orosei, perla della Sardegna Orientale

Quella che ti offriamo il 26 e 27 Maggio 2018 non è unicamente l’opportunità di disconnetterti dai ritmi logoranti della vita moderna, ma un’esperienza di profonda riconnessione con la Natura che, al termine di due emozionanti giornate, ti regalerà una nuova versione di TE stesso.

Il nostro scenario sarà uno spicchio del Mediterraneo più bello, quello delle cale paradisiache del Golfo di Orosei, emblema e simbolo della Sardegna Orientale, la cui unicità è stata immortalata e ha fatto da cornice a diversi capolavori del cinema italiano e straniero. Ci spoglieremo degli abiti reali e fittizi che la vita di ogni giorno ci costringe ad indossare, torneremo alla nostra essenza e approdare in queste cale sarà come sentirsi un po’ come Robinson Crusoe…

Ci immergeremo in questi luoghi incontaminati e senza eguali attraverso un trekking di due giornate che coinvolgeranno tutti i nostri sensi. Cammineremo a lungo, facendoci rapire dai profumi e dai colori, dal contrasto tra maestose falesie, il verde intenso tipico di lecci e carrubi, la trasparenza di acque cristalline limpidissime che presentano tutta la gamma delle tonalità del turchese con le venature dello smeraldo e dove il bagliore dei raggi del sole che si riflettono sull’acqua rende cangiante questo piccolo eden.

Sarà un ‘sali e scendi’ su sentieri impervi, ora adrenalinico, ora sorprendente con i suoi panorami mozzafiato che si possono godere solo dagli altipiani dell’entroterra, ora rilassante, inframezzato da bagni corroboranti in minuscole calette caraibiche sconosciute al turismo di massa.

Oltre ad inebriarci di tale bellezza, dopo una sessione di pilates che, alla fine della prima giornata, ci consentirà di acquisire consapevolezza del nostro respiro e del nostro corpo, riposeremo nelle grotte e nelle insenature antistanti alla battigia, accompagnati dal dolce scrosciare delle onde e da un cielo che, lontano dalle luci della civiltà, sarà così carico di stelle luminose come mai avete visto prima d’ora.

Assisteremo al nascere di un nuovo giorno e la pace e l’equilibrio dell’alba daranno il benvenuto al nostro secondo giorno!

A rendere ancor più reale il sogno appena descritto, ecco a voi i dettagli delle due giornate!

1° GIORNO

La nostra prima ‘conquista’ sarà Cala Fuili. Nel punto del territorio in cui la strada si interrompe, cominceremo la discesa a piedi verso una piccola e panoramica spiaggetta. Dopo aver attraversato un bosco fitto di arbusti ed una scalinata scavata nella roccia, Cala Fuili si aprirà al nostro sguardo ed il panorama cui assisteremo ci ripagherà di questo primo tratto di trekking.

Il raggiungimento della meta della nostra prima giornata, Cala Luna, sarà inframezzato da tre tappe:

  1. Grotta Toddeito – Attraverso un agevole sentiero ed una scala in ferro ci ritroveremo nelle viscere della terra dove lo spettacolo è garantito! Ogni cavità carsica è ricchissima di concrezioni dalle forme e dai colori più disparati. Uno straordinario esempio di quanto la natura può essere creativa.
  2. Cala Tziu Santoru – Proseguiremo il nostro trekking e ci fermeremo poi nella piccola cala di Tziu Santoru, che prende il nome dal pastore che aveva l’ovile in questa zona. E’ una caletta che, considerata da molti la cala più bella di tutte, non fa parte delle rotte dei barconi turistici, ma è raccolta in uno scrigno di roccia
  3. Cala Oddoana – La nostra terza tappa sarà una caletta ancora più appartata di Tziu Santoru perché protetta da una sorta di fiordo, Cala Oddoana. Inutile dire che anche qui potrete immergervi in un mare limpidissimo e ritemprare i vostri piedi con la freschezza dell’acqua ed il calore di una fine sabbia bianca

Il nostro 1° giorno terminerà a Cala Luna, spiaggia simbolo della Sardegna Orientale per il suo aspetto selvaggio e di rara bellezza. Si tratta di un luogo fiabesco, cinto da uno stagno e da un bosco di oleandri. Alle spalle dell’arenile si ergono promontori di roccia bianca quasi a voler difendere questo angolo di paradiso. L’aspetto più scenografico di Cala Luna sono le sue grotte che si affacciano sulla spiaggia. E’ proprio qui che assisteremo al calar della notte dopo una ritemprante sessione di Pilates.

 

2° GIORNO

E’ sempre a Cala Luna che assisteremo anche al sorgere del sole. I colori dell’alba, la luce che via via si fa spazio faranno da cornice inziale alla nostra seconda giornata.

Saremo l’unica presenza umana presente e continueremo a godere della bellezza incontaminata di Cala Luna per poi proseguire il nostro trekking e approdare a Cala Sisine, altro angolo di paradiso incontaminato.

Cala Sisine è una tappa chiave del ‘Selvaggio Blu’, il trekking più impegnativo ma più bello di tutta Europa. Si tratta di diversi giorni di percorso incredibile ed unico in cui si fa tappa serale nei tradizionali ovili per poi riprendere il percorso il giorno seguente.

I costoni rocciosi conferiscono a Cala Sisine un singolare aspetto montano, come sempre impreziosito dal verde degli alberi e arbusti della macchia mediterranea e da una spiaggia fatta di grossi chicchi calcarei arrotondati dal mare e dal turchese luccicante delle sue acque.

Con gli occhi ancora colmi di tale impareggiabile bellezza, nel primo pomeriggio faremo ritorno al punto dal quale siamo partiti, ma a bordo di un confortevole gommone che ci darà l’opportunità di vedere le meraviglie di Orosei dalla prospettiva del mare.

Il 26 e 27 Maggio 2018, non vi resta che allargare le braccia, aprire il cuore e… essere dei nostri!!!

 

 

 

                                                                                             a cura di Paola Cambarau

 

…se amate la Sardegna siete certamente abituati al colpo d’occhio da choc delle sue spiagge paradisiache e delle sue acque cristalline…ma abbandonate per un attimo infradito e creme solari che profumano di cocco e avventuratevi dove batte il cuore dell’isola.

A coloro che sono disposti a scoprire mete meno turistiche dove la presenza umana è sporadica o poco invasiva, la Sardegna regala scenari decisamente impareggiabili. Fatevi prendere metaforicamente per mano e fatevi accompagnare nella gola di Gorropu: uno dei canyon più maestosi e suggestivi di tutta Europa.

Gli anziani di Urzulei, Orgosolo e Dorgali la definiscono la casa de Sa Tentassione (il Diavolo) e raccontano che, in passato, ci si recava a Gorropu per scambiare la propria anima in cambio di ricchezze terrene. E’ solo una delle tante leggende che mette in luce la forza, la potenza ed il rispetto reverenziale nei confronti di una natura che ha la meglio sull’uomo.

E’ esattamente questa la sensazione che vivrete quando, immersi in un luogo ancestrale, ai vostri occhi si spalancherà un paesaggio senza eguali, in cui, oltre che estasiati, vi sentirete piccoli ed impotenti.

Con una dedizione di cui solo la natura è capace, il Riu Flumineddu ha scolpito nella pietra l’andirivieni delle sue acque impetuose. Il secolare lavorio continuo dell’acqua e del vento ha eroso e modellato, come fossero di cartapesta, immense montagne le cui rocce più vigorose, rifiutandosi di sbriciolarsi, hanno eretto pareti solenni e possenti che vi parleranno di ere geologiche passate.

L’acqua ed il vento sono gli artisti indiscussi che hanno creato questo capolavoro chiamato Gorropu fatto di maestosi macigni bianchi che sembrano essere stati disegnati ad hoc.

E’ proprio la rudezza di questo luogo che vi accompagnerà in un crescendo di stupore e coinvolgimento facendovi sentire a tratti Indiana Jones, a tratti antichi nuragici, a tratti bambini esterrefatti davanti allo spettacolo più bello che possa stagliarsi dinanzi ai vostri occhi.

Non resta, quindi, che indossare gli scarponi da trekking, ‘perdervi’ nel canyon di Gorropu, abbandonarvi al suo silenzio e ascoltarne il suo respiro…

 

  a cura di Paola Cambarau

Il Tuo miglior regalo nell’uovo di Pasqua?

Il cuore della Sardegna più autentica.

Pasquetta Experience ad Aritzo

Per la tua Pasquetta 2018 apri virtualmente il tuo Uovo di Pasqua e concediti un regalo che ha il sapore della vera identità sarda, di una natura che profuma di timo e dell’antica sapienza degli abitanti di un borgo fiabesco incastonato tra le montagne del massiccio del Gennargentu… la ‘porta del vento’ della nostra Isola.


Nella giornata di Pasquetta Lunedi 2 Aprile 2018, verranno proposte a scelta due ‘Esperienze emozionali’ in cui TU sarai il protagonista.

  • I laboratori della pasta e del pane ad Aritzo;

Toccherai con mano e tutti i tuoi sensi saranno coinvolti nell’esperienza della lavorazione della pasta e del pane tipico sardo all’interno di una storica abitazione aritzese. Assisterai alle diverse fasi insieme ai componenti della famiglia, appartenenti a più generazioni, interagirai con tutti loro e sarai protagonista diretto del rituale sacro della preparazione di pasta e pane che ti lascerà un sapore antico in bocca ed una ‘calda’ emozione nel cuore…

  • Il trekking nel massiccio del Gennargentu;

Avrai il privilegio di calpestare sentieri montani che parlano di una terra millenaria che sprigiona una forte energia e che preserva un’immensa varietà di bellezze naturali. Entrerai in contatto con una ricchezza di flora e fauna senza eguali, i tuoi polmoni si inebrieranno di aria pura e frizzante, i tuoi occhi di panorami mozzafiato e sentirai la vibrazione di una montagna che ‘parla’…

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         …Ma… le emozioni non finiscono qui!!!

Al termine delle due ‘esperienze’ ti aspetta un tripudio di sapori e di conoscenza… degusteremo tutti insieme una straordinaria varietà di prodotti appartenenti alla tradizione eno-gastronomica locale e conosceremo i punti salienti e gli scorci più suggestivi della cittadina di Aritzo!

Scopri il nostro evento nel sito: https://bit.ly/2pGIVhC

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Testi a cura di Paola Cambarau ©

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Pasquetta Experience 2018

Trekking a Ulassai, il Tacco di Tisiddu e Maria Lai

L’arte tessile nel cuore dei tacchi.

L’Ogliastra è una regione storico-geografica della Sardegna, talvolta inquadrata come misteriosa, splendida e inaccessibile. Ogni giornata trascorsa in Ogliastra lascia senza fiato, affascinati dalla limpidezza delle sue acqua marine, dalla conformazione selvaggia delle sue montagne e dallo spirito caloroso dei suoi abitanti.

È così questa parte di Sardegna in poco tempo riesce a conquistare il cuore con la sua maestosità tra monumenti naturali e panorami mozzafiato.

Ulassai è uno dei paesi più rappresentativi di questa regione grazie ad alcune attrattive davvero uniche che andremo a visitare durante la nostra escursione.

Il Monte Tisiddu con il suo inconfondibile tacco è uno degli altipiani calcareo-dolomitici più famosi del circondario, formatosi grazie all’erosione degli strati carbonatici sedimentatisi durante il mesozoico, ad opera soprattutto dell’acqua. Nel tacco emergono numerosi fenomeni carsici ed è ricca la presenza di grotte e doline come del resto presenti in gran parte del territorio ogliastrino.

Lungo l’altopiano spiccano alcune cime tra cui Bruncu Matzeu (957mslm) e Bruncu Su Casteddu (882mslm) e da entrambi si gode di un ottimo panorama che spazia dalla Sardegna orientale fino alle cime del Gennargentu; nelle giornate più limpide è ben visibile la catena dei 7 Fratelli in direzione sud. Il percorso, in gran parte ricoperto di foresta mediterranea sempreverde, dove i lecci fanno da padroni, troviamo la Grotta de Is Janas le cui pareti sono frequentemente illuminate dal sole che ne fa un ottimo elemento scenografico.

Il trekking a Ulassai presenta un percorso che si snoda su carrarecce, mulattiere e sentieri nel bosco per circa 14 km con un dislivello accumulato di 450m. Una bella giornata all’aria aperta e alla scoperta di luoghi nuovi ma sempre in movimento.

Altra attrazione di Ulassai è Maria Lai, estroversa artista contemporanea, eccellente rappresentante della Sardegna nel mondo.

Alla conclusione del nostro trekking si andrà a visitare la stazione dell’arte, che come riportato nel sito web ufficiale è <<il punto di arrivo dell’ambizioso progetto che Maria Lai e il paese di Ulassai hanno coltivato per oltre un trentennio>>.

Gli spazi museali della Stazione dell’arte sono stati ricavati negli edifici della vecchia stazione ferroviaria e sono stati allestiti come un moderno centro d’arte contemporanea che ospita le opere della nota artista locale ma si apre anche ad altre forme artistiche.

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Evento sul sito web: http://bit.ly/2E4QnfF

Calendario annuale 2018: http://bit.ly/2rneely

Evento Facebook: http://bit.ly/2sbjNUu

 

 

Trekking al Faro di Capo Ferrato.

Un angolo incontaminato nel sud Sardegna.

Non c’è domenica primaverile migliore per un bel trekking nel Sarrabus, a stretto contatto con la macchia mediterranea e delle incantevoli spiaggette. Un luogo di fascino, silenzioso e fortunatamente incontaminato che ci coccola dalla partenza fino al tramonto. Il faro poi, uno di quei luoghi che rapiscono l’anima, che stanno sempre li al confine tra la potenza della natura e la resistenza dell’uomo.

Is Arabus è la probabile origine del nome della regione storica in questione, voce della tradizione narra che fosse un grido di paura nei confronti dei terribili ricordi delle incursioni barbaresche. Oggi la conosciamo appunto come Sarrabus e rispetto al territorio è una delle zone meno densamente popolate della Sardegna, al di sotto di 25 abitanti per kmq. A pochi chilometri da Costa Rei, nota località di villeggiatura, si apre una fetta di natura incontaminata, ricca di storia, vegetazione, geologia e panorami mozzafiato.

L’intera area, originatasi durante il paleozoico è geologicamente molto antica: i graniti paleozoici e le rocce effusive acide del cenozoico con relativi depositi sono presenti in corrispondenza del vicino Monte Ferru, le aree pianeggianti costiere sono dovute alla deposizione di materiale di origine alluvionale. Un’area che dal punto di vista minerario venne sfruttata per la presenza di piombo, antimonio e argento e tra il 1800 e 1900 divenne secondo distretto minerario dell’isola per importanza.

Il nostro trekking  parte nelle vicinanze di Capo Ferrato, località da cui prende il nome al Faro, primo obiettivo della giornata. Lo incontriamo quasi subito e ci presenta uno scenario fantastico che spazia dall’isola di Serpentara a Costa Rei a sud e verso Feraxi a nord. È un faro d’altura che dipende dalla reggenza di Cagliari. Fu costruito nel 1925. In seguito, nel 1955, fu distrutto il vecchio casotto porta fanale e ricostruito nella stessa posizione geografica con la torre incorporata sulla sommità, la lanterna standard con ottica fissa alimentata da pannelli solari. La luce bianca di questo faro è visibile da 11 miglia e la sua portata luminosa è di 10 secondi. Nel maggio 1976 il segnalamento è stato automatizzato e ritirato il personale fanalista e nell’ottobre 1986 è stato installato un impianto a pannelli fotovoltaici.

Secondo obiettivo della giornata di trekking è la conquista del Monte Ferru (299m): è un rilievo vulcanico trachitico che domina un ampio panorama che da su piccoli promontori di roccia granitica. In cima troviamo l’omonima torre costruita tra il XIV e il XVIII secolo con lo scopo di difendere il Regno di Sardegna dagli attacchi islamici e barbareschi. La torre era comunicante con le due torri Salinas e dei Dieci Cavalli, mediante l’impiego del fuoco nel corso della notte e del fumo nelle ore diurne. L’edificio fortificato di forma troco conica presenta un impianto circolare

In mezzo a tutto ciò una folta macchia mediterranea ricca di lentisco, ginepro fenicio, euforbia arborea, filirea angustifolia con qualche sporadico esemplare di olivastro e pianta relitta di leccio. Si incontrano numerosi stagni tra cui quello più importante di Colostrai. Oltre ad esso, sono presenti lo stagno di Notteri, Feraxi, San Giovanni, Saline e Piscina Rei. Si originarono dai ristagni fociali del rio Picocca in una repressione retrodunale presso la spiaggia di Cristolaxeddu. La profondità delle loro acque è scarsa. Senza dimenticare il Flumendosa che attraversa il Sarrabus da nord-ovest verso sud-est, con la sua valle, prima stretta e incassata tra i monti, poi distesa in una fertile pianura alluvionale (Sa Forada) dove poi trova la sua foce costruita nel XIX secolo. Molte sono le testimonianze archeologiche che caratterizzano la zona dai nuraghes alle tombe dei giganti  fino ai numerosi menhir.

E così, come introduzione, potrebbe essere sufficiente per poter iniziare il trekking?

Bene. Si parte …

Testi: Francesco Manca

Foto: Franco Cerniglia

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Il museo delle maschere mediterranee a Mamoiada

Un percorso esperienziale nelle viscere delle tradizioni carnascialesche

 

Ribaltare e rovesciare il mondo, i ruoli, le gerarchie e tutta la consuetudine della quotidianità: questo è lo spirito del Carnevale.

In epoca contemporanea, il carnevale è stato imbrigliato nella morsa delle feste a base di carri allegorici, che in realtà hanno poco a che fare con l’origine di questa antica celebrazione.

Infatti, il carnem levare (eliminare la carne) trae origine dai navigium Isidis, dei festeggiamenti in onore della dea egizia Iside; furono i Romani a importare questa tradizione, nella quale si esibivano gruppi mascherati, come peraltro descritto nelle Metamorfosi di Apuleio (libro XI).

In Sardegna, il carnevale tradizionale è chiamato “carrasecare” (etimologicamente carne viva da smembrare); si tratta di un rito tragico e luttuoso, basato sul concetto di morte e rinascita, che secondo alcuni studiosi è strettamente connesso alle feste dionisiache. Inizia ufficialmente il 17 gennaio, giorno in cui si festeggia Sant’Antonio Abate. È durante questa festa, emblema del sincretismo pagano cristiano, che avviene la prima uscita di tutte le maschere tradizionali.

A Mamoiada, piccolo paese sardo dell’entroterra barbaricino, esiste un Museo nato con l’intento di mettere in contatto e creare un momento di confronto tra l’universo culturale del paese, nota per le sue maschere tipiche (Mamuthones e Issohadores), e l’anima delle rappresentazioni carnascialesche del Mediterraneo. In particolar modo, l’attenzione di quest’istituzione è rivolta verso le forme di mascheramento in cui è frequente l’utilizzo di maschere facciali lignee zoomorfe, di pelli di pecora o montone, di campanacci o di oggetti che possono emettere dei rumori. In questo paese, il giorno di Sant’Antonio vengono accessi fuochi in tutti il paese e le maschere danzano attorno per tre volte, rinnovando un rito propiziatorio legando all’abbondanza del raccolto. Non si tratta di una semplice tradizione, dietro questi riti, dal sapore mitico e ancestrale, si cela qualcosa di più profondo e identitario, insito nel dna degli abitanti del luogo.

All’interno, il museo è organizzato in tre ambienti: una sala multimediale e due sale espositive.

Il percorso di visita inizia obbligatoriamente dalla sala multimediale: qui parte un vero e proprio viaggio alla scoperta delle maschere di Mamoiada.

L’allestimento ha un tono decisamente accattivante: sono presenti tre schermi, separati da tre spazi nei quali sono collocate le riproduzioni delle due maschere tipiche del paese, Mamuthones e Issohadores.

In questi schermi passa in rassegna una sintesi profonda dell’anima di Mamoiada; quello che rende tutto davvero suggestivo è la trama di intrecci tra immagini, musica e luci, che sottolineano, con luminosità intermittente al suono dei campanacci, le maschere poste ai lati degli schermi che rendono l’esperienza visiva davvero suggestiva e dal forte impatto. Questo primo ambiente, quindi, racconta attraverso delle immagini, accompagnate a testi, la storia delle maschere tipiche e le diverse teorie fatte dagli antropologi per cercare di spiegarne l’origine.

Nel secondo ambiente, la sala del carnevale barbaricino, sono rappresentate le maschere dei tre più importanti carnevali tradizionali: Mamoiada, Ottana e Orotelli.

Ci sono i Mamuthones e gli Issohadores che, come già è stato detto, rappresentano il carnevale di Mamoiada; si muovono sempre in coppia e sono sempre in un gruppo di 12 figuranti.

Vi sono differenti teorie circa l’interpretazione dell’origine di questi personaggi. Il Museo segue il filone di ricerca che vede le maschere come facenti parte di un ampio gruppo di mascheramenti, atti a celebrare dei riti propiziatori per l’inizio del nuovo anno. Sono gli opposti, il bene e il male, il bianco e il nero, la luce e le tenebre. A suffragio della teoria che riguarda il rito propiziatorio, c’è una tradizione che si ripete ogni anno: l’Issohadores, che gira con una corda, cattura le persone; le prede preferite, solitamente sono le giovani donne.

Questo Museo è custode di una tradizione che si perde nella notte dei tempi. È difficile, infatti, indicare una cronologia precisa con la quale definire la nascita di queste maschere. È altresì interessante ascoltare i racconti che gli operatori del museo divulgano in modo davvero professionale. È da queste testimonianze, che si percepisce l’antichità di questi riti. Di particolare interesse sono gli elementi che compongono il mascheramento del Mamuthones. Ognuno di essi è composto da elementi profondamente simbolici e dalla forte carica apotropaica. Tra tutti la maschera: realizzata in legno nero di pero, che ha sempre un aspetto triste e grottesco.

Ogni maschera, almeno in passato, veniva creata da chi la doveva indossare e si diceva che più fosse brutta l’espressione, più la maschera risultasse bella. Alle spalle, legati a grappolo dal più grande al più piccolo, dei campanacci, usati per scacciare il male; questi vengono prodotti, tutt’ora, a Tonara, l’ultimo paese in Sardegna dove vengono lavorati a mano.

Le maschere di Ottana sono il Boes (bue) e il Merdule (il pastore). Anche in questo caso, si tratta di un rito propiziatorio nel quale il boes viene sacrificato, così che il suo sangue, versato sulla terra, possa dare nuova vita e un raccolto prospero. Il carnevale di Ottana, in origine, era formato da più maschere, alcune di queste sono custodite all’interno di una teca nella sala. Altra figura interessante del carnevale otzanesu, è la Filonzana: una figura ambigua, curiosa e spaventosa. Si tratta di un mascheramento femminile, che usano sempre gli uomini e che prevede un abbigliamento nero con  una maschera ghignante. Nelle mani porta con sé una rocca da cui pendono dei fili e una cesoia. La simbologia di questo personaggio, trae origine dal mondo greco delle Moire (le parche romane), nello specifico Atropo, una delle tre moire figlia della notte la quale “inflessibile”, con lucide cesoie recideva il filo della vita.

La Filonzana, come Atropo, ha il compito di tagliare, con lucide cesoie, il filo della vita, decretando così la morte.

L’ultimo carnevale tradizionale è rappresentato dagli Thurpos  di Orotelli. Questo mascheramento è molto differente da quelli appena trattati. I personaggi, infatti, sono vestiti con un cappotto in orbace e hanno il volto oscurato di nero, ottenuto utilizzando del sughero bruciato. Si muovono in tre: due sono legati, spesso con un giogo, ancora a simboleggiare la volontà di un rito propiziatorio per il mondo agropastorale.

Nella terza e ultima sala, la “Sala del Mediterraneo”, sono allestite maschere di tre ambiti geografici specifici: l’arco alpino, la penisola iberica, la penisola balcanica. Ognuno di essi presenta nette relazioni con le maschere del Carnevale sardo; è questa, probabilmente, la sala che definisce al meglio il ruolo di questa istituzione museale: non un contenitore ma un centro di studio e di approfondimento antropologico delle tradizioni carnascialesche del bacino mediterraneo.

Testo: © Valerio Deidda

Foto: © Alessio Orrù

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Museo della Montagna Sarda e del Gennargentu. La denominazione parla da se, ed è dentro le nuove sale della struttura comunale nel parco di Pastissu che il nuovo Museo, curato dalla Società Giuramentu, mette in vetrina i suoi preziosi tesori.

Un’avventura iniziata nel 1979 grazie agli studi e alla passione dell’antropologo Armando Maxia che, dopo anni di ricerca effettuata con con minuziosa attenzione, ha composto un puzzle di circa cinquemila diversi oggetti. Questi raccontano la storia e la vita delle genti di Barbagia e fanno della struttura uno dei musei più ricchi dal punto di vista etnografico della Sardegna.

Da ora in poi le nuove otto sale della struttura moderna consentiranno ai visitatori di avere una visione completa sulla storia della Barbagia, passando per la ricostruzione delle aree di vita quotidiana all’interno delle case fino agli attrezzi utilizzati da allevatori e agricoltori. Diverse le aree tematiche legate alle tradizioni locali: la cassa intagliata, la Carapigna (antico gelato locale) e l’area dedicata alle castagne sono le più caratteristiche.

«Questo museo riveste un ruolo chiave a livello regionale come luogo di racconto delle pratiche e dei saperi delle nostre comunità. Si candida ad essere un’eccellenza per la nostra isola». Così Armando Maxia, antropologo e curatore del Museo.

Relativamente alla nuova struttura ne parla orgogliosa anche Angela, la presidente della Società che gestisce il Museo: «Grazie alla nuova struttura il museo può essere considerato all’avanguardia nel suo genere in Sardegna. Ci auguriamo di aumentare le presenze nei prossimi anni. Siamo curatori di un tesoro enorme».

La nuova struttura fa parte del complesso museale che comprende altre due importanti strutture: Sa Bovida, carcere spagnolo di origini seicentesche e la Casa Padronale Devilla, facoltosa famiglia locale che gestiva il commercio del ghiaccio.

Per visitare il museo dovete recarvi ad Aritzo (NU) presso il parco di Pastissu, in Viale Kennedy. Il costo del biglietto intero per tutte le strutture è di 3€; sono previsti sconti per comitive e riduzioni per i più giovani.

Testi: Francesco Manca

Immagine: Alessio Orrù © 2016