Due giorni in ‘paradiso’ … in trekking a Cala Luna e Cala Sisine!

Trekking Golfo di Orosei, perla della Sardegna Orientale

Quella che ti offriamo il 26 e 27 Maggio 2018 non è unicamente l’opportunità di disconnetterti dai ritmi logoranti della vita moderna, ma un’esperienza di profonda riconnessione con la Natura che, al termine di due emozionanti giornate, ti regalerà una nuova versione di TE stesso.

Il nostro scenario sarà uno spicchio del Mediterraneo più bello, quello delle cale paradisiache del Golfo di Orosei, emblema e simbolo della Sardegna Orientale, la cui unicità è stata immortalata e ha fatto da cornice a diversi capolavori del cinema italiano e straniero. Ci spoglieremo degli abiti reali e fittizi che la vita di ogni giorno ci costringe ad indossare, torneremo alla nostra essenza e approdare in queste cale sarà come sentirsi un po’ come Robinson Crusoe…

Ci immergeremo in questi luoghi incontaminati e senza eguali attraverso un trekking di due giornate che coinvolgeranno tutti i nostri sensi. Cammineremo a lungo, facendoci rapire dai profumi e dai colori, dal contrasto tra maestose falesie, il verde intenso tipico di lecci e carrubi, la trasparenza di acque cristalline limpidissime che presentano tutta la gamma delle tonalità del turchese con le venature dello smeraldo e dove il bagliore dei raggi del sole che si riflettono sull’acqua rende cangiante questo piccolo eden.

Sarà un ‘sali e scendi’ su sentieri impervi, ora adrenalinico, ora sorprendente con i suoi panorami mozzafiato che si possono godere solo dagli altipiani dell’entroterra, ora rilassante, inframezzato da bagni corroboranti in minuscole calette caraibiche sconosciute al turismo di massa.

Oltre ad inebriarci di tale bellezza, dopo una sessione di pilates che, alla fine della prima giornata, ci consentirà di acquisire consapevolezza del nostro respiro e del nostro corpo, riposeremo nelle grotte e nelle insenature antistanti alla battigia, accompagnati dal dolce scrosciare delle onde e da un cielo che, lontano dalle luci della civiltà, sarà così carico di stelle luminose come mai avete visto prima d’ora.

Assisteremo al nascere di un nuovo giorno e la pace e l’equilibrio dell’alba daranno il benvenuto al nostro secondo giorno!

A rendere ancor più reale il sogno appena descritto, ecco a voi i dettagli delle due giornate!

1° GIORNO

La nostra prima ‘conquista’ sarà Cala Fuili. Nel punto del territorio in cui la strada si interrompe, cominceremo la discesa a piedi verso una piccola e panoramica spiaggetta. Dopo aver attraversato un bosco fitto di arbusti ed una scalinata scavata nella roccia, Cala Fuili si aprirà al nostro sguardo ed il panorama cui assisteremo ci ripagherà di questo primo tratto di trekking.

Il raggiungimento della meta della nostra prima giornata, Cala Luna, sarà inframezzato da tre tappe:

  1. Grotta Toddeito – Attraverso un agevole sentiero ed una scala in ferro ci ritroveremo nelle viscere della terra dove lo spettacolo è garantito! Ogni cavità carsica è ricchissima di concrezioni dalle forme e dai colori più disparati. Uno straordinario esempio di quanto la natura può essere creativa.
  2. Cala Tziu Santoru – Proseguiremo il nostro trekking e ci fermeremo poi nella piccola cala di Tziu Santoru, che prende il nome dal pastore che aveva l’ovile in questa zona. E’ una caletta che, considerata da molti la cala più bella di tutte, non fa parte delle rotte dei barconi turistici, ma è raccolta in uno scrigno di roccia
  3. Cala Oddoana – La nostra terza tappa sarà una caletta ancora più appartata di Tziu Santoru perché protetta da una sorta di fiordo, Cala Oddoana. Inutile dire che anche qui potrete immergervi in un mare limpidissimo e ritemprare i vostri piedi con la freschezza dell’acqua ed il calore di una fine sabbia bianca

Il nostro 1° giorno terminerà a Cala Luna, spiaggia simbolo della Sardegna Orientale per il suo aspetto selvaggio e di rara bellezza. Si tratta di un luogo fiabesco, cinto da uno stagno e da un bosco di oleandri. Alle spalle dell’arenile si ergono promontori di roccia bianca quasi a voler difendere questo angolo di paradiso. L’aspetto più scenografico di Cala Luna sono le sue grotte che si affacciano sulla spiaggia. E’ proprio qui che assisteremo al calar della notte dopo una ritemprante sessione di Pilates.

 

2° GIORNO

E’ sempre a Cala Luna che assisteremo anche al sorgere del sole. I colori dell’alba, la luce che via via si fa spazio faranno da cornice inziale alla nostra seconda giornata.

Saremo l’unica presenza umana presente e continueremo a godere della bellezza incontaminata di Cala Luna per poi proseguire il nostro trekking e approdare a Cala Sisine, altro angolo di paradiso incontaminato.

Cala Sisine è una tappa chiave del ‘Selvaggio Blu’, il trekking più impegnativo ma più bello di tutta Europa. Si tratta di diversi giorni di percorso incredibile ed unico in cui si fa tappa serale nei tradizionali ovili per poi riprendere il percorso il giorno seguente.

I costoni rocciosi conferiscono a Cala Sisine un singolare aspetto montano, come sempre impreziosito dal verde degli alberi e arbusti della macchia mediterranea e da una spiaggia fatta di grossi chicchi calcarei arrotondati dal mare e dal turchese luccicante delle sue acque.

Con gli occhi ancora colmi di tale impareggiabile bellezza, nel primo pomeriggio faremo ritorno al punto dal quale siamo partiti, ma a bordo di un confortevole gommone che ci darà l’opportunità di vedere le meraviglie di Orosei dalla prospettiva del mare.

Il 26 e 27 Maggio 2018, non vi resta che allargare le braccia, aprire il cuore e… essere dei nostri!!!

 

 

 

                                                                                             a cura di Paola Cambarau

 

…se amate la Sardegna siete certamente abituati al colpo d’occhio da choc delle sue spiagge paradisiache e delle sue acque cristalline…ma abbandonate per un attimo infradito e creme solari che profumano di cocco e avventuratevi dove batte il cuore dell’isola.

A coloro che sono disposti a scoprire mete meno turistiche dove la presenza umana è sporadica o poco invasiva, la Sardegna regala scenari decisamente impareggiabili. Fatevi prendere metaforicamente per mano e fatevi accompagnare nella gola di Gorropu: uno dei canyon più maestosi e suggestivi di tutta Europa.

Gli anziani di Urzulei, Orgosolo e Dorgali la definiscono la casa de Sa Tentassione (il Diavolo) e raccontano che, in passato, ci si recava a Gorropu per scambiare la propria anima in cambio di ricchezze terrene. E’ solo una delle tante leggende che mette in luce la forza, la potenza ed il rispetto reverenziale nei confronti di una natura che ha la meglio sull’uomo.

E’ esattamente questa la sensazione che vivrete quando, immersi in un luogo ancestrale, ai vostri occhi si spalancherà un paesaggio senza eguali, in cui, oltre che estasiati, vi sentirete piccoli ed impotenti.

Con una dedizione di cui solo la natura è capace, il Riu Flumineddu ha scolpito nella pietra l’andirivieni delle sue acque impetuose. Il secolare lavorio continuo dell’acqua e del vento ha eroso e modellato, come fossero di cartapesta, immense montagne le cui rocce più vigorose, rifiutandosi di sbriciolarsi, hanno eretto pareti solenni e possenti che vi parleranno di ere geologiche passate.

L’acqua ed il vento sono gli artisti indiscussi che hanno creato questo capolavoro chiamato Gorropu fatto di maestosi macigni bianchi che sembrano essere stati disegnati ad hoc.

E’ proprio la rudezza di questo luogo che vi accompagnerà in un crescendo di stupore e coinvolgimento facendovi sentire a tratti Indiana Jones, a tratti antichi nuragici, a tratti bambini esterrefatti davanti allo spettacolo più bello che possa stagliarsi dinanzi ai vostri occhi.

Non resta, quindi, che indossare gli scarponi da trekking, ‘perdervi’ nel canyon di Gorropu, abbandonarvi al suo silenzio e ascoltarne il suo respiro…

 

  a cura di Paola Cambarau

Il Tuo miglior regalo nell’uovo di Pasqua?

Il cuore della Sardegna più autentica.

Pasquetta Experience ad Aritzo

Per la tua Pasquetta 2018 apri virtualmente il tuo Uovo di Pasqua e concediti un regalo che ha il sapore della vera identità sarda, di una natura che profuma di timo e dell’antica sapienza degli abitanti di un borgo fiabesco incastonato tra le montagne del massiccio del Gennargentu… la ‘porta del vento’ della nostra Isola.


Nella giornata di Pasquetta Lunedi 2 Aprile 2018, verranno proposte a scelta due ‘Esperienze emozionali’ in cui TU sarai il protagonista.

  • I laboratori della pasta e del pane ad Aritzo;

Toccherai con mano e tutti i tuoi sensi saranno coinvolti nell’esperienza della lavorazione della pasta e del pane tipico sardo all’interno di una storica abitazione aritzese. Assisterai alle diverse fasi insieme ai componenti della famiglia, appartenenti a più generazioni, interagirai con tutti loro e sarai protagonista diretto del rituale sacro della preparazione di pasta e pane che ti lascerà un sapore antico in bocca ed una ‘calda’ emozione nel cuore…

  • Il trekking nel massiccio del Gennargentu;

Avrai il privilegio di calpestare sentieri montani che parlano di una terra millenaria che sprigiona una forte energia e che preserva un’immensa varietà di bellezze naturali. Entrerai in contatto con una ricchezza di flora e fauna senza eguali, i tuoi polmoni si inebrieranno di aria pura e frizzante, i tuoi occhi di panorami mozzafiato e sentirai la vibrazione di una montagna che ‘parla’…

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         …Ma… le emozioni non finiscono qui!!!

Al termine delle due ‘esperienze’ ti aspetta un tripudio di sapori e di conoscenza… degusteremo tutti insieme una straordinaria varietà di prodotti appartenenti alla tradizione eno-gastronomica locale e conosceremo i punti salienti e gli scorci più suggestivi della cittadina di Aritzo!

Scopri il nostro evento nel sito: https://bit.ly/2pGIVhC

Seguici su facebook: http://bit.ly/2FNwcEA

Testi a cura di Paola Cambarau ©

Your Sardinia Experience | All right reserved

Pasquetta Experience 2018

Trekking a Ulassai, il Tacco di Tisiddu e Maria Lai

L’arte tessile nel cuore dei tacchi.

L’Ogliastra è una regione storico-geografica della Sardegna, talvolta inquadrata come misteriosa, splendida e inaccessibile. Ogni giornata trascorsa in Ogliastra lascia senza fiato, affascinati dalla limpidezza delle sue acqua marine, dalla conformazione selvaggia delle sue montagne e dallo spirito caloroso dei suoi abitanti.

È così questa parte di Sardegna in poco tempo riesce a conquistare il cuore con la sua maestosità tra monumenti naturali e panorami mozzafiato.

Ulassai è uno dei paesi più rappresentativi di questa regione grazie ad alcune attrattive davvero uniche che andremo a visitare durante la nostra escursione.

Il Monte Tisiddu con il suo inconfondibile tacco è uno degli altipiani calcareo-dolomitici più famosi del circondario, formatosi grazie all’erosione degli strati carbonatici sedimentatisi durante il mesozoico, ad opera soprattutto dell’acqua. Nel tacco emergono numerosi fenomeni carsici ed è ricca la presenza di grotte e doline come del resto presenti in gran parte del territorio ogliastrino.

Lungo l’altopiano spiccano alcune cime tra cui Bruncu Matzeu (957mslm) e Bruncu Su Casteddu (882mslm) e da entrambi si gode di un ottimo panorama che spazia dalla Sardegna orientale fino alle cime del Gennargentu; nelle giornate più limpide è ben visibile la catena dei 7 Fratelli in direzione sud. Il percorso, in gran parte ricoperto di foresta mediterranea sempreverde, dove i lecci fanno da padroni, troviamo la Grotta de Is Janas le cui pareti sono frequentemente illuminate dal sole che ne fa un ottimo elemento scenografico.

Il trekking a Ulassai presenta un percorso che si snoda su carrarecce, mulattiere e sentieri nel bosco per circa 14 km con un dislivello accumulato di 450m. Una bella giornata all’aria aperta e alla scoperta di luoghi nuovi ma sempre in movimento.

Altra attrazione di Ulassai è Maria Lai, estroversa artista contemporanea, eccellente rappresentante della Sardegna nel mondo.

Alla conclusione del nostro trekking si andrà a visitare la stazione dell’arte, che come riportato nel sito web ufficiale è <<il punto di arrivo dell’ambizioso progetto che Maria Lai e il paese di Ulassai hanno coltivato per oltre un trentennio>>.

Gli spazi museali della Stazione dell’arte sono stati ricavati negli edifici della vecchia stazione ferroviaria e sono stati allestiti come un moderno centro d’arte contemporanea che ospita le opere della nota artista locale ma si apre anche ad altre forme artistiche.

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Evento sul sito web: http://bit.ly/2E4QnfF

Calendario annuale 2018: http://bit.ly/2rneely

Evento Facebook: http://bit.ly/2sbjNUu

 

 

Trekking al Faro di Capo Ferrato.

Un angolo incontaminato nel sud Sardegna.

Non c’è domenica primaverile migliore per un bel trekking nel Sarrabus, a stretto contatto con la macchia mediterranea e delle incantevoli spiaggette. Un luogo di fascino, silenzioso e fortunatamente incontaminato che ci coccola dalla partenza fino al tramonto. Il faro poi, uno di quei luoghi che rapiscono l’anima, che stanno sempre li al confine tra la potenza della natura e la resistenza dell’uomo.

Is Arabus è la probabile origine del nome della regione storica in questione, voce della tradizione narra che fosse un grido di paura nei confronti dei terribili ricordi delle incursioni barbaresche. Oggi la conosciamo appunto come Sarrabus e rispetto al territorio è una delle zone meno densamente popolate della Sardegna, al di sotto di 25 abitanti per kmq. A pochi chilometri da Costa Rei, nota località di villeggiatura, si apre una fetta di natura incontaminata, ricca di storia, vegetazione, geologia e panorami mozzafiato.

L’intera area, originatasi durante il paleozoico è geologicamente molto antica: i graniti paleozoici e le rocce effusive acide del cenozoico con relativi depositi sono presenti in corrispondenza del vicino Monte Ferru, le aree pianeggianti costiere sono dovute alla deposizione di materiale di origine alluvionale. Un’area che dal punto di vista minerario venne sfruttata per la presenza di piombo, antimonio e argento e tra il 1800 e 1900 divenne secondo distretto minerario dell’isola per importanza.

Il nostro trekking  parte nelle vicinanze di Capo Ferrato, località da cui prende il nome al Faro, primo obiettivo della giornata. Lo incontriamo quasi subito e ci presenta uno scenario fantastico che spazia dall’isola di Serpentara a Costa Rei a sud e verso Feraxi a nord. È un faro d’altura che dipende dalla reggenza di Cagliari. Fu costruito nel 1925. In seguito, nel 1955, fu distrutto il vecchio casotto porta fanale e ricostruito nella stessa posizione geografica con la torre incorporata sulla sommità, la lanterna standard con ottica fissa alimentata da pannelli solari. La luce bianca di questo faro è visibile da 11 miglia e la sua portata luminosa è di 10 secondi. Nel maggio 1976 il segnalamento è stato automatizzato e ritirato il personale fanalista e nell’ottobre 1986 è stato installato un impianto a pannelli fotovoltaici.

Secondo obiettivo della giornata di trekking è la conquista del Monte Ferru (299m): è un rilievo vulcanico trachitico che domina un ampio panorama che da su piccoli promontori di roccia granitica. In cima troviamo l’omonima torre costruita tra il XIV e il XVIII secolo con lo scopo di difendere il Regno di Sardegna dagli attacchi islamici e barbareschi. La torre era comunicante con le due torri Salinas e dei Dieci Cavalli, mediante l’impiego del fuoco nel corso della notte e del fumo nelle ore diurne. L’edificio fortificato di forma troco conica presenta un impianto circolare

In mezzo a tutto ciò una folta macchia mediterranea ricca di lentisco, ginepro fenicio, euforbia arborea, filirea angustifolia con qualche sporadico esemplare di olivastro e pianta relitta di leccio. Si incontrano numerosi stagni tra cui quello più importante di Colostrai. Oltre ad esso, sono presenti lo stagno di Notteri, Feraxi, San Giovanni, Saline e Piscina Rei. Si originarono dai ristagni fociali del rio Picocca in una repressione retrodunale presso la spiaggia di Cristolaxeddu. La profondità delle loro acque è scarsa. Senza dimenticare il Flumendosa che attraversa il Sarrabus da nord-ovest verso sud-est, con la sua valle, prima stretta e incassata tra i monti, poi distesa in una fertile pianura alluvionale (Sa Forada) dove poi trova la sua foce costruita nel XIX secolo. Molte sono le testimonianze archeologiche che caratterizzano la zona dai nuraghes alle tombe dei giganti  fino ai numerosi menhir.

E così, come introduzione, potrebbe essere sufficiente per poter iniziare il trekking?

Bene. Si parte …

Testi: Francesco Manca

Foto: Franco Cerniglia

©2017 All rights reserved

Il museo delle maschere mediterranee a Mamoiada

Un percorso esperienziale nelle viscere delle tradizioni carnascialesche

 

Ribaltare e rovesciare il mondo, i ruoli, le gerarchie e tutta la consuetudine della quotidianità: questo è lo spirito del Carnevale.

In epoca contemporanea, il carnevale è stato imbrigliato nella morsa delle feste a base di carri allegorici, che in realtà hanno poco a che fare con l’origine di questa antica celebrazione.

Infatti, il carnem levare (eliminare la carne) trae origine dai navigium Isidis, dei festeggiamenti in onore della dea egizia Iside; furono i Romani a importare questa tradizione, nella quale si esibivano gruppi mascherati, come peraltro descritto nelle Metamorfosi di Apuleio (libro XI).

In Sardegna, il carnevale tradizionale è chiamato “carrasecare” (etimologicamente carne viva da smembrare); si tratta di un rito tragico e luttuoso, basato sul concetto di morte e rinascita, che secondo alcuni studiosi è strettamente connesso alle feste dionisiache. Inizia ufficialmente il 17 gennaio, giorno in cui si festeggia Sant’Antonio Abate. È durante questa festa, emblema del sincretismo pagano cristiano, che avviene la prima uscita di tutte le maschere tradizionali.

A Mamoiada, piccolo paese sardo dell’entroterra barbaricino, esiste un Museo nato con l’intento di mettere in contatto e creare un momento di confronto tra l’universo culturale del paese, nota per le sue maschere tipiche (Mamuthones e Issohadores), e l’anima delle rappresentazioni carnascialesche del Mediterraneo. In particolar modo, l’attenzione di quest’istituzione è rivolta verso le forme di mascheramento in cui è frequente l’utilizzo di maschere facciali lignee zoomorfe, di pelli di pecora o montone, di campanacci o di oggetti che possono emettere dei rumori. In questo paese, il giorno di Sant’Antonio vengono accessi fuochi in tutti il paese e le maschere danzano attorno per tre volte, rinnovando un rito propiziatorio legando all’abbondanza del raccolto. Non si tratta di una semplice tradizione, dietro questi riti, dal sapore mitico e ancestrale, si cela qualcosa di più profondo e identitario, insito nel dna degli abitanti del luogo.

All’interno, il museo è organizzato in tre ambienti: una sala multimediale e due sale espositive.

Il percorso di visita inizia obbligatoriamente dalla sala multimediale: qui parte un vero e proprio viaggio alla scoperta delle maschere di Mamoiada.

L’allestimento ha un tono decisamente accattivante: sono presenti tre schermi, separati da tre spazi nei quali sono collocate le riproduzioni delle due maschere tipiche del paese, Mamuthones e Issohadores.

In questi schermi passa in rassegna una sintesi profonda dell’anima di Mamoiada; quello che rende tutto davvero suggestivo è la trama di intrecci tra immagini, musica e luci, che sottolineano, con luminosità intermittente al suono dei campanacci, le maschere poste ai lati degli schermi che rendono l’esperienza visiva davvero suggestiva e dal forte impatto. Questo primo ambiente, quindi, racconta attraverso delle immagini, accompagnate a testi, la storia delle maschere tipiche e le diverse teorie fatte dagli antropologi per cercare di spiegarne l’origine.

Nel secondo ambiente, la sala del carnevale barbaricino, sono rappresentate le maschere dei tre più importanti carnevali tradizionali: Mamoiada, Ottana e Orotelli.

Ci sono i Mamuthones e gli Issohadores che, come già è stato detto, rappresentano il carnevale di Mamoiada; si muovono sempre in coppia e sono sempre in un gruppo di 12 figuranti.

Vi sono differenti teorie circa l’interpretazione dell’origine di questi personaggi. Il Museo segue il filone di ricerca che vede le maschere come facenti parte di un ampio gruppo di mascheramenti, atti a celebrare dei riti propiziatori per l’inizio del nuovo anno. Sono gli opposti, il bene e il male, il bianco e il nero, la luce e le tenebre. A suffragio della teoria che riguarda il rito propiziatorio, c’è una tradizione che si ripete ogni anno: l’Issohadores, che gira con una corda, cattura le persone; le prede preferite, solitamente sono le giovani donne.

Questo Museo è custode di una tradizione che si perde nella notte dei tempi. È difficile, infatti, indicare una cronologia precisa con la quale definire la nascita di queste maschere. È altresì interessante ascoltare i racconti che gli operatori del museo divulgano in modo davvero professionale. È da queste testimonianze, che si percepisce l’antichità di questi riti. Di particolare interesse sono gli elementi che compongono il mascheramento del Mamuthones. Ognuno di essi è composto da elementi profondamente simbolici e dalla forte carica apotropaica. Tra tutti la maschera: realizzata in legno nero di pero, che ha sempre un aspetto triste e grottesco.

Ogni maschera, almeno in passato, veniva creata da chi la doveva indossare e si diceva che più fosse brutta l’espressione, più la maschera risultasse bella. Alle spalle, legati a grappolo dal più grande al più piccolo, dei campanacci, usati per scacciare il male; questi vengono prodotti, tutt’ora, a Tonara, l’ultimo paese in Sardegna dove vengono lavorati a mano.

Le maschere di Ottana sono il Boes (bue) e il Merdule (il pastore). Anche in questo caso, si tratta di un rito propiziatorio nel quale il boes viene sacrificato, così che il suo sangue, versato sulla terra, possa dare nuova vita e un raccolto prospero. Il carnevale di Ottana, in origine, era formato da più maschere, alcune di queste sono custodite all’interno di una teca nella sala. Altra figura interessante del carnevale otzanesu, è la Filonzana: una figura ambigua, curiosa e spaventosa. Si tratta di un mascheramento femminile, che usano sempre gli uomini e che prevede un abbigliamento nero con  una maschera ghignante. Nelle mani porta con sé una rocca da cui pendono dei fili e una cesoia. La simbologia di questo personaggio, trae origine dal mondo greco delle Moire (le parche romane), nello specifico Atropo, una delle tre moire figlia della notte la quale “inflessibile”, con lucide cesoie recideva il filo della vita.

La Filonzana, come Atropo, ha il compito di tagliare, con lucide cesoie, il filo della vita, decretando così la morte.

L’ultimo carnevale tradizionale è rappresentato dagli Thurpos  di Orotelli. Questo mascheramento è molto differente da quelli appena trattati. I personaggi, infatti, sono vestiti con un cappotto in orbace e hanno il volto oscurato di nero, ottenuto utilizzando del sughero bruciato. Si muovono in tre: due sono legati, spesso con un giogo, ancora a simboleggiare la volontà di un rito propiziatorio per il mondo agropastorale.

Nella terza e ultima sala, la “Sala del Mediterraneo”, sono allestite maschere di tre ambiti geografici specifici: l’arco alpino, la penisola iberica, la penisola balcanica. Ognuno di essi presenta nette relazioni con le maschere del Carnevale sardo; è questa, probabilmente, la sala che definisce al meglio il ruolo di questa istituzione museale: non un contenitore ma un centro di studio e di approfondimento antropologico delle tradizioni carnascialesche del bacino mediterraneo.

Testo: © Valerio Deidda

Foto: © Alessio Orrù

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Museo della Montagna Sarda e del Gennargentu. La denominazione parla da se, ed è dentro le nuove sale della struttura comunale nel parco di Pastissu che il nuovo Museo, curato dalla Società Giuramentu, mette in vetrina i suoi preziosi tesori.

Un’avventura iniziata nel 1979 grazie agli studi e alla passione dell’antropologo Armando Maxia che, dopo anni di ricerca effettuata con con minuziosa attenzione, ha composto un puzzle di circa cinquemila diversi oggetti. Questi raccontano la storia e la vita delle genti di Barbagia e fanno della struttura uno dei musei più ricchi dal punto di vista etnografico della Sardegna.

Da ora in poi le nuove otto sale della struttura moderna consentiranno ai visitatori di avere una visione completa sulla storia della Barbagia, passando per la ricostruzione delle aree di vita quotidiana all’interno delle case fino agli attrezzi utilizzati da allevatori e agricoltori. Diverse le aree tematiche legate alle tradizioni locali: la cassa intagliata, la Carapigna (antico gelato locale) e l’area dedicata alle castagne sono le più caratteristiche.

«Questo museo riveste un ruolo chiave a livello regionale come luogo di racconto delle pratiche e dei saperi delle nostre comunità. Si candida ad essere un’eccellenza per la nostra isola». Così Armando Maxia, antropologo e curatore del Museo.

Relativamente alla nuova struttura ne parla orgogliosa anche Angela, la presidente della Società che gestisce il Museo: «Grazie alla nuova struttura il museo può essere considerato all’avanguardia nel suo genere in Sardegna. Ci auguriamo di aumentare le presenze nei prossimi anni. Siamo curatori di un tesoro enorme».

La nuova struttura fa parte del complesso museale che comprende altre due importanti strutture: Sa Bovida, carcere spagnolo di origini seicentesche e la Casa Padronale Devilla, facoltosa famiglia locale che gestiva il commercio del ghiaccio.

Per visitare il museo dovete recarvi ad Aritzo (NU) presso il parco di Pastissu, in Viale Kennedy. Il costo del biglietto intero per tutte le strutture è di 3€; sono previsti sconti per comitive e riduzioni per i più giovani.

Testi: Francesco Manca

Immagine: Alessio Orrù © 2016

 

Cari amici, segnatevi questa data: il 5 giugno 2016 è un giorno speciale perché, direttamente dalla località Sas de Melas, luogo sacro fin dal periodo nuragico, abbiamo assaggiato il primo sorso della storia del nuovo #vino in bottiglia della Cantina Gungui. Un #cannonau 100% di autentica tradizione Mamoiadina che pullula di frutti di bosco e mostra con orgoglio quella compattezza granitica di questa nobile terra.

Luca Gungui e Kekko Manca sono amici dai tempi dell’università. Adesso sono due imprenditori, uno viticoltore e l’altro operatore turistico. Insieme hanno un progetto comune: lavorando in sinergia, intendono valorizzare le ricchezze del proprio territorio barbaricino, tramite diverse iniziative legate alla promozione del vino come attrattore turistico.

Seguiteli per vivere altre giornate come queste.

©Alessio Orrù 2016

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Pratobello
I ruderi che profumano di libertà.
Siamo in territorio di Fonni, al confine con Orgosolo.
Attraversando la strada provinciale numero 2 non si può fare a meno di notare uno sparuto gruppo di abitazioni divenute oramai ruderi.
Né la chiesa, né lo stile architettonico aiutano a inquadrare bene la situazione.
C’è un cartello nei pressi di un cancello d’ingresso al borgo, che riporta la scritta “Area smilitarizzata, limite valicabile”. Poi due murales, leggermente danneggiati dalle intemperie del tempo ma chiari da far presagire che qualcosa a Pratobello sia successo.
C’è una storia affascinante che lega Orgosolo e i movimenti popolari sardi del dopoguerra.
Ed ebbe luogo nel villaggio di cui parliamo.

 

Aprile 1969.
Tra le vie di Orgosolo inizia a spargersi la voce di una possibile occupazione delle aree al confine con Fonni da parte dell’esercito italiano per l’allestimento di un poligono di tiro. La povertà post bellica è ancora viva in paese, non tutte le famiglie potevano contare su una vita e un lavoro soddisfacente e, pertanto, l’allevamento del bestiame era l’unica vera fonte di lavoro. Forse una delle poche certezze per il futuro.

Qualsiasi avvenimento che minacciasse l’integrità del sistema agropastorale del tempo veniva vista di cattivo gusto.
In questa occasione la questione si complicò seriamente.
Venne presto data l’ufficialità: dal 19 giugno 1969, le truppe della Brigata Trieste avrebbero occupato l’area per realizzare un poligono di tiro. In poco tempo venne costruito un piccolo villaggio: case, chiesa, scuola e piazza; per i militari e per le loro famiglie.
In Sardegna, già dal 1956 vennero installati due grossi poligoni: Salto di Quirra e Capo Teulada. Pratobello sarebbe stato momentaneo, o forse no. Fatto sta che il circolo giovanile orgolese si fece promotore di un incontro pubblico in piazza Patteri a cui prese parte in massa la popolazione. Dall’assemblea ne scaturì la decisione di attuare una forma di protesta pacifica e non violenta contro l’esproprio delle terre dei pastori per favorire l’occupazione militare. L’assemblea del 7 giugno fu un chiaro avvertimento per le autorità militari. Circa tremila e cinquecento persone aderirono al progetto di protesta pacifica. Le cariche pubbliche, tra cui commissario prefettizio, Questura, Coldiretti, Cgil e vertici militari stessi provarono la via di un accordo che potesse accontentare tutti.
I due principali partiti di allora, Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano, si fecero portavoce della delicata questione al ministro della difesa Luigi Gui e al sottosegretario Francesco Cossiga.
La presa di posizione da parte dell’assemblea cittadina è chiara e laconica: il terreno di lotta dei pastori non è il Parlamento.
Dal 19 giugno ha inizio la prima delle sei giornate di Pratobello. Il convoglio di camion, motocarri e vetture di ogni genere parte dal paese e centra l’obiettivo di occupare l’area.
La polizia è accerchiata da circa 3000 persone che manifestano pacificamente.
Il 20 giugno la storia non cambia. La folla avanza fino alle tende dei militari e per il secondo giorno le operazioni sono sospese.
I due giorni successivi sono di tregua: l’attenzione verso ciò che accade aumenta e diversi politici e onorevoli si recano sul posto.
La notte tra il 22 e il 23 diventa la più critica. Le forze dell’ordine disperdono i manifestanti con una vera caccia all’uomo. Alcuni manifestanti vengono portati in questura a Nuoro e processati per direttissima. Nonostante ciò la folla orgolese occupa l’area e le esercitazioni non vengono eseguite. Il giorno successivo circa 400 manifestanti vengono tenuti sotto scacco, uno di loro venne arrestato nel mentre che Pratobello è oramai un caso politico.
Una delegazione di politici, pastori e contadini venne ricevuta a Roma.
Il 26 giugno, giornata chiave delle esercitazioni, la brigata Trieste si ritrova un’enorme folla all’interno del poligono.
Proprio nelle stesse ore venne ratificato un documento dove il ministro della difesa prende posizione dichiarato che il poligono è un allestimento temporaneo ed andrà avanti fino alla metà di agosto. Non vi sarà alcuna intenzione di rendere permanente la base operativa.
Terminano così le sei giornate di Pratobello. Giornate in cui la forza popolare mise in grave crisi il governo e le istituzioni militari.
Emilio Lussu, che seguì la vicenda in maniera appassionata scrisse: <<Quanto avviene a Pratobello contro pastorizia e agricoltura è provocazione colonialista, perciò mi sento solidale con pastori e contadini>>.

Testi: Francesco Manca
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Fonti: materiale privato, web.
Sitografia: sardiniapost.itsardegnaabbandonata.it

Osini e Gairo Vecchio.
Dei ruderi, tra i colori dei mandorli e degli ulivi e l’imponenza dei tacchi a loro protezione.
Così si presentano due vecchi borghi dell’Ogliastra, arcigna terra che vaga tra le cale mozzafiato della costa orientale dell’isola fino al più impervio interno montuoso. Dal mare alla montagna, dal paradiso al … paradiso.

In un ipotetico quanto fantasioso percorso che andrebbe da Cala Goloritzè (Baunei) a Punta La Marmora (Arzana), ci si potrebbe tuffare nel passato tra Osini vecchio e Gairo Vecchia. Realmente parlando: lungo la mitica statale 125 (vecchia, quella con le curve), prima o poi, li trovi. Dal nuovo abitato di Osini, il vecchio borgo è sulla SP 11. Dall’abitato di Gairo Sant’Elena, percorrendo la SS128 si arriva a Gairo vecchio. Gairo e Osini “vecchie” sono accomunate da un destino crudele e beffardo.

 

Laddove la natura si è presa una battaglia rimane comunque un esempio di forza e tenacia umana di fronte alla sua immensità. Riavvolgiamo il nastro. Siamo alla fine dell’Ottocento e pare che la nostra isola fosse bersagliata da continue piogge torrenziali che da diversi anni facevano comparsa tra i periodi invernali e la primavera inoltrata.
Col passare del tempo la situazione andò complicandosi e oltre a ritrovarsi i raccolti rovinati e il parziale blocco dell’agricoltura, gli abitanti dei due borghi si trovarono a combattere contro le vicissitudini del maltempo per tutelare la propria incolumità. Le testimonianze parlano del movimento di abitanti che da Gairo e da Osini prese la decisione di trasferire i propri poderi altrove, già negli anni precedenti alle grandi alluvioni del 1951 – 53, date chiave, ahinoi, per i due paesi. Le condizioni rabbiose del meteo provocano l’ingrossamento di corsi d’acqua e canali, continui smottamenti e crolli. E’ la fuga generale: via, con (quasi) tutti gli averi e tutto ciò che fu possibile strappare al destino. Gli abitanti di Gairo si dividono in tre aree differenti. Le nuove costruzioni prendono piede alle pendici della collina del vecchio borgo, dove nascerà Gairo Sant’Elena. Altre due piccole aree vengono occupate: Gairo Taquisara (circa 300 anime) e Gairo Cardedu (attuale Cardedu). Stesso destino per Osini, i cui abitanti muovono compatti pochi chilometri più in alto, più vicini ad Ulassai, più vicini ai Tacchi, visti forse come protettori delle intemperie del tempo. Passeggiare attualmente in questi borghi, permette di respirare un’aria di pace, silenzio e memoria. Il tempo qui si è fermato al 1963, dieci anni dopo l’alluvione, dieci anni per la decisione finale di abbandono. È possibile carpire diverse particolarità dello stile delle costruzioni dell’epoca: abitazioni basse, talvolta con un piano rialzato, e con piccolo cortile esterno, tracce di facciate dipinte di rosso, strade strette in ciottolato ed estrema vicinanza ai campi, alle vigne e agli ulivi.
Passando da queste parti è inevitabile sorseggiare un bel calice di Cannonau. La viticoltura è praticata tantissimo anche a livello familiare e la sana competizione tra i piccoli produttori porta ad un eccellente risultato nella qualità del vino.

 

 

Testi: Francesco Manca
Fotografie: ©yoursardiniaexperience
Fonti accessorie: web
Sitografia: sardegnaabbandonata.it / lamiasardegna.it /sardegnacultura.it
www.yoursardiniaexperience.com
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