Trekking al Faro di Capo Ferrato.

Un angolo incontaminato nel sud Sardegna.

Non c’è domenica primaverile migliore per un bel trekking nel Sarrabus, a stretto contatto con la macchia mediterranea e delle incantevoli spiaggette. Un luogo di fascino, silenzioso e fortunatamente incontaminato che ci coccola dalla partenza fino al tramonto. Il faro poi, uno di quei luoghi che rapiscono l’anima, che stanno sempre li al confine tra la potenza della natura e la resistenza dell’uomo.

Is Arabus è la probabile origine del nome della regione storica in questione, voce della tradizione narra che fosse un grido di paura nei confronti dei terribili ricordi delle incursioni barbaresche. Oggi la conosciamo appunto come Sarrabus e rispetto al territorio è una delle zone meno densamente popolate della Sardegna, al di sotto di 25 abitanti per kmq. A pochi chilometri da Costa Rei, nota località di villeggiatura, si apre una fetta di natura incontaminata, ricca di storia, vegetazione, geologia e panorami mozzafiato.

L’intera area, originatasi durante il paleozoico è geologicamente molto antica: i graniti paleozoici e le rocce effusive acide del cenozoico con relativi depositi sono presenti in corrispondenza del vicino Monte Ferru, le aree pianeggianti costiere sono dovute alla deposizione di materiale di origine alluvionale. Un’area che dal punto di vista minerario venne sfruttata per la presenza di piombo, antimonio e argento e tra il 1800 e 1900 divenne secondo distretto minerario dell’isola per importanza.

Il nostro trekking  parte nelle vicinanze di Capo Ferrato, località da cui prende il nome al Faro, primo obiettivo della giornata. Lo incontriamo quasi subito e ci presenta uno scenario fantastico che spazia dall’isola di Serpentara a Costa Rei a sud e verso Feraxi a nord. È un faro d’altura che dipende dalla reggenza di Cagliari. Fu costruito nel 1925. In seguito, nel 1955, fu distrutto il vecchio casotto porta fanale e ricostruito nella stessa posizione geografica con la torre incorporata sulla sommità, la lanterna standard con ottica fissa alimentata da pannelli solari. La luce bianca di questo faro è visibile da 11 miglia e la sua portata luminosa è di 10 secondi. Nel maggio 1976 il segnalamento è stato automatizzato e ritirato il personale fanalista e nell’ottobre 1986 è stato installato un impianto a pannelli fotovoltaici.

Secondo obiettivo della giornata di trekking è la conquista del Monte Ferru (299m): è un rilievo vulcanico trachitico che domina un ampio panorama che da su piccoli promontori di roccia granitica. In cima troviamo l’omonima torre costruita tra il XIV e il XVIII secolo con lo scopo di difendere il Regno di Sardegna dagli attacchi islamici e barbareschi. La torre era comunicante con le due torri Salinas e dei Dieci Cavalli, mediante l’impiego del fuoco nel corso della notte e del fumo nelle ore diurne. L’edificio fortificato di forma troco conica presenta un impianto circolare

In mezzo a tutto ciò una folta macchia mediterranea ricca di lentisco, ginepro fenicio, euforbia arborea, filirea angustifolia con qualche sporadico esemplare di olivastro e pianta relitta di leccio. Si incontrano numerosi stagni tra cui quello più importante di Colostrai. Oltre ad esso, sono presenti lo stagno di Notteri, Feraxi, San Giovanni, Saline e Piscina Rei. Si originarono dai ristagni fociali del rio Picocca in una repressione retrodunale presso la spiaggia di Cristolaxeddu. La profondità delle loro acque è scarsa. Senza dimenticare il Flumendosa che attraversa il Sarrabus da nord-ovest verso sud-est, con la sua valle, prima stretta e incassata tra i monti, poi distesa in una fertile pianura alluvionale (Sa Forada) dove poi trova la sua foce costruita nel XIX secolo. Molte sono le testimonianze archeologiche che caratterizzano la zona dai nuraghes alle tombe dei giganti  fino ai numerosi menhir.

E così, come introduzione, potrebbe essere sufficiente per poter iniziare il trekking?

Bene. Si parte …

Testi: Francesco Manca

Foto: Franco Cerniglia

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Il museo delle maschere mediterranee a Mamoiada

Un percorso esperienziale nelle viscere delle tradizioni carnascialesche

 

Ribaltare e rovesciare il mondo, i ruoli, le gerarchie e tutta la consuetudine della quotidianità: questo è lo spirito del Carnevale.

In epoca contemporanea, il carnevale è stato imbrigliato nella morsa delle feste a base di carri allegorici, che in realtà hanno poco a che fare con l’origine di questa antica celebrazione.

Infatti, il carnem levare (eliminare la carne) trae origine dai navigium Isidis, dei festeggiamenti in onore della dea egizia Iside; furono i Romani a importare questa tradizione, nella quale si esibivano gruppi mascherati, come peraltro descritto nelle Metamorfosi di Apuleio (libro XI).

In Sardegna, il carnevale tradizionale è chiamato “carrasecare” (etimologicamente carne viva da smembrare); si tratta di un rito tragico e luttuoso, basato sul concetto di morte e rinascita, che secondo alcuni studiosi è strettamente connesso alle feste dionisiache. Inizia ufficialmente il 17 gennaio, giorno in cui si festeggia Sant’Antonio Abate. È durante questa festa, emblema del sincretismo pagano cristiano, che avviene la prima uscita di tutte le maschere tradizionali.

A Mamoiada, piccolo paese sardo dell’entroterra barbaricino, esiste un Museo nato con l’intento di mettere in contatto e creare un momento di confronto tra l’universo culturale del paese, nota per le sue maschere tipiche (Mamuthones e Issohadores), e l’anima delle rappresentazioni carnascialesche del Mediterraneo. In particolar modo, l’attenzione di quest’istituzione è rivolta verso le forme di mascheramento in cui è frequente l’utilizzo di maschere facciali lignee zoomorfe, di pelli di pecora o montone, di campanacci o di oggetti che possono emettere dei rumori. In questo paese, il giorno di Sant’Antonio vengono accessi fuochi in tutti il paese e le maschere danzano attorno per tre volte, rinnovando un rito propiziatorio legando all’abbondanza del raccolto. Non si tratta di una semplice tradizione, dietro questi riti, dal sapore mitico e ancestrale, si cela qualcosa di più profondo e identitario, insito nel dna degli abitanti del luogo.

All’interno, il museo è organizzato in tre ambienti: una sala multimediale e due sale espositive.

Il percorso di visita inizia obbligatoriamente dalla sala multimediale: qui parte un vero e proprio viaggio alla scoperta delle maschere di Mamoiada.

L’allestimento ha un tono decisamente accattivante: sono presenti tre schermi, separati da tre spazi nei quali sono collocate le riproduzioni delle due maschere tipiche del paese, Mamuthones e Issohadores.

In questi schermi passa in rassegna una sintesi profonda dell’anima di Mamoiada; quello che rende tutto davvero suggestivo è la trama di intrecci tra immagini, musica e luci, che sottolineano, con luminosità intermittente al suono dei campanacci, le maschere poste ai lati degli schermi che rendono l’esperienza visiva davvero suggestiva e dal forte impatto. Questo primo ambiente, quindi, racconta attraverso delle immagini, accompagnate a testi, la storia delle maschere tipiche e le diverse teorie fatte dagli antropologi per cercare di spiegarne l’origine.

Nel secondo ambiente, la sala del carnevale barbaricino, sono rappresentate le maschere dei tre più importanti carnevali tradizionali: Mamoiada, Ottana e Orotelli.

Ci sono i Mamuthones e gli Issohadores che, come già è stato detto, rappresentano il carnevale di Mamoiada; si muovono sempre in coppia e sono sempre in un gruppo di 12 figuranti.

Vi sono differenti teorie circa l’interpretazione dell’origine di questi personaggi. Il Museo segue il filone di ricerca che vede le maschere come facenti parte di un ampio gruppo di mascheramenti, atti a celebrare dei riti propiziatori per l’inizio del nuovo anno. Sono gli opposti, il bene e il male, il bianco e il nero, la luce e le tenebre. A suffragio della teoria che riguarda il rito propiziatorio, c’è una tradizione che si ripete ogni anno: l’Issohadores, che gira con una corda, cattura le persone; le prede preferite, solitamente sono le giovani donne.

Questo Museo è custode di una tradizione che si perde nella notte dei tempi. È difficile, infatti, indicare una cronologia precisa con la quale definire la nascita di queste maschere. È altresì interessante ascoltare i racconti che gli operatori del museo divulgano in modo davvero professionale. È da queste testimonianze, che si percepisce l’antichità di questi riti. Di particolare interesse sono gli elementi che compongono il mascheramento del Mamuthones. Ognuno di essi è composto da elementi profondamente simbolici e dalla forte carica apotropaica. Tra tutti la maschera: realizzata in legno nero di pero, che ha sempre un aspetto triste e grottesco.

Ogni maschera, almeno in passato, veniva creata da chi la doveva indossare e si diceva che più fosse brutta l’espressione, più la maschera risultasse bella. Alle spalle, legati a grappolo dal più grande al più piccolo, dei campanacci, usati per scacciare il male; questi vengono prodotti, tutt’ora, a Tonara, l’ultimo paese in Sardegna dove vengono lavorati a mano.

Le maschere di Ottana sono il Boes (bue) e il Merdule (il pastore). Anche in questo caso, si tratta di un rito propiziatorio nel quale il boes viene sacrificato, così che il suo sangue, versato sulla terra, possa dare nuova vita e un raccolto prospero. Il carnevale di Ottana, in origine, era formato da più maschere, alcune di queste sono custodite all’interno di una teca nella sala. Altra figura interessante del carnevale otzanesu, è la Filonzana: una figura ambigua, curiosa e spaventosa. Si tratta di un mascheramento femminile, che usano sempre gli uomini e che prevede un abbigliamento nero con  una maschera ghignante. Nelle mani porta con sé una rocca da cui pendono dei fili e una cesoia. La simbologia di questo personaggio, trae origine dal mondo greco delle Moire (le parche romane), nello specifico Atropo, una delle tre moire figlia della notte la quale “inflessibile”, con lucide cesoie recideva il filo della vita.

La Filonzana, come Atropo, ha il compito di tagliare, con lucide cesoie, il filo della vita, decretando così la morte.

L’ultimo carnevale tradizionale è rappresentato dagli Thurpos  di Orotelli. Questo mascheramento è molto differente da quelli appena trattati. I personaggi, infatti, sono vestiti con un cappotto in orbace e hanno il volto oscurato di nero, ottenuto utilizzando del sughero bruciato. Si muovono in tre: due sono legati, spesso con un giogo, ancora a simboleggiare la volontà di un rito propiziatorio per il mondo agropastorale.

Nella terza e ultima sala, la “Sala del Mediterraneo”, sono allestite maschere di tre ambiti geografici specifici: l’arco alpino, la penisola iberica, la penisola balcanica. Ognuno di essi presenta nette relazioni con le maschere del Carnevale sardo; è questa, probabilmente, la sala che definisce al meglio il ruolo di questa istituzione museale: non un contenitore ma un centro di studio e di approfondimento antropologico delle tradizioni carnascialesche del bacino mediterraneo.

Testo: © Valerio Deidda

Foto: © Alessio Orrù

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Museo della Montagna Sarda e del Gennargentu. La denominazione parla da se, ed è dentro le nuove sale della struttura comunale nel parco di Pastissu che il nuovo Museo, curato dalla Società Giuramentu, mette in vetrina i suoi preziosi tesori.

Un’avventura iniziata nel 1979 grazie agli studi e alla passione dell’antropologo Armando Maxia che, dopo anni di ricerca effettuata con con minuziosa attenzione, ha composto un puzzle di circa cinquemila diversi oggetti. Questi raccontano la storia e la vita delle genti di Barbagia e fanno della struttura uno dei musei più ricchi dal punto di vista etnografico della Sardegna.

Da ora in poi le nuove otto sale della struttura moderna consentiranno ai visitatori di avere una visione completa sulla storia della Barbagia, passando per la ricostruzione delle aree di vita quotidiana all’interno delle case fino agli attrezzi utilizzati da allevatori e agricoltori. Diverse le aree tematiche legate alle tradizioni locali: la cassa intagliata, la Carapigna (antico gelato locale) e l’area dedicata alle castagne sono le più caratteristiche.

«Questo museo riveste un ruolo chiave a livello regionale come luogo di racconto delle pratiche e dei saperi delle nostre comunità. Si candida ad essere un’eccellenza per la nostra isola». Così Armando Maxia, antropologo e curatore del Museo.

Relativamente alla nuova struttura ne parla orgogliosa anche Angela, la presidente della Società che gestisce il Museo: «Grazie alla nuova struttura il museo può essere considerato all’avanguardia nel suo genere in Sardegna. Ci auguriamo di aumentare le presenze nei prossimi anni. Siamo curatori di un tesoro enorme».

La nuova struttura fa parte del complesso museale che comprende altre due importanti strutture: Sa Bovida, carcere spagnolo di origini seicentesche e la Casa Padronale Devilla, facoltosa famiglia locale che gestiva il commercio del ghiaccio.

Per visitare il museo dovete recarvi ad Aritzo (NU) presso il parco di Pastissu, in Viale Kennedy. Il costo del biglietto intero per tutte le strutture è di 3€; sono previsti sconti per comitive e riduzioni per i più giovani.

Testi: Francesco Manca

Immagine: Alessio Orrù © 2016

 

Cagliari: Take a cultural break from the beach

Sardinia may be blessed with a pristine white-sand coastline but, says Sarah Barrell, lingering in its lively capital – rich with Phoenician ruins and colourful street art – will leave you feeling just as blissful.

There’s smashed crockery scattered across the cobbles. The narrow backstreet behind the cathedral, where I’m staying, rattles with the sound of cart wheels over stone: a bride is making her way to church in a horse and carriage leaving behind remnants of a broken plate, along with its contents – rice, petals, coins – outside her childhood home; a wish for abundance, love and wealth in marriage.

At the cathedral, tourists gather, snapping photos as the bride is eased from the carriage, her voluminous frock more Princess Diana than Kate Middleton. Castello, Cagliari’s hilltop neighbourhood crowned by the cathedral, may be fast gentrifying with an influx of artists’ ateliers and hipster student digs, but this is an old local family which clearly follows the tradition of “more is more” when it comes to bridal outfits.

This is a cracking spot for wedding photos. Castello’s southern ramparts, topped with wide terraces, jut over the Marina district below, the Gulf of Cagliari gleaming blue beyond the busy port. I stop to take in the view at Caffè Librarium, one of the city’s livelier terrace bars, ordering a glass of mildly effervescent local Vermentino.

Cagliari is bidding to become European Capital of Culture in 2019 and along with its ancient food and wine culture, there’s much to recommend it. In the distance, a pink cloud hovers above Santa Gilla lagoon: the city’s resident flamingos, now the sole occupants of the site where the original Phoenician city was founded in 10BC.

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A view over the Castello district

Cagliari’s current location, augmented by everyone from Romans and Byzantines to Genovese and Spanish, began as a Phoenician burial site. The Punic necropolis of Tuvixeddu – thought to be the largest of its kind in the Med – opened to the public this summer after decades of excavation: a hillside honeycombed with hundreds of deep tombs. This and Cagliari’s more contemporary cultural corners can now be explored on a new tour in an old Cinquecento car, hosted by local guide, Francesco Manca (00 39 34 0006 9191; yoursardiniaexperience.com). It is a great way to tackle the city’s numerous hills and get the skinny on what’s new. Italy’s economic slump has seen island youngsters find ever-more inventive ways to do business. In the Villa Nova district, for example, I find a retro-style dispensary, A S’Antiga, newly catering to those who need to buy anything from pasta to wine in affordable measures.

The Cagliari Unofficial Guide (cagliariunofficial.com) aids further exploration. This new map highlights everything from pop-up shops on Via Suli, the city’s recently designated design street, to the best examples of ubiquitous local street art on the graffiti-lined walls of Via Saturnino. Sardinia’s capital may have an ancient history but its spirit is determinedly youthful.

UNPACK

Check into your own Castello home, a newly opened holiday rental in the medieval heart of the city – labour of love for friendly Cagliari couple, Rocco and Carlotta Zinnarosu. Live like a local in this studio apartment (sleeps two; four on a sofa bed) set on a narrow cobbled backstreet a minute’s walk from the cathedral: atmospheric and not traditional hotel terrain. Exposed brick walls contrast with contemporary soft furnishings printed with London and New York scenes. A neat spiral staircase leads to the mezzanine bedroom, overlooking the bijou living space. The kitchen comes stocked with everything from spices to breakfast pastries – there’s even a little courtyard. And it’s a snip, at £57 a night, booked through House Trip: housetrip.com/en/rentals/146003

THINK LOCAL

Street food in Cagliari is not the ersatz fare dominating many European cities. Instead, follow locals to the few, unprepossessing stands scattered around the city selling everything from fresh sea urchin to “caddotzone” – giant sausage sarnies made with pork or horse meat (plus plenty of fennel, garlic and parsley). This is just a taste of the rustic, traditional cuisine showcased during the Autunno in Barbagia festival (4 September–14 December), held in the small mountain villages of Nuoro, the rural province north of Cagliari. Barbagia (“barbarian lands”) was the one part of Sardinia invading forces, Carthaginians, Romans and Spaniards among them, failed to penetrate. More info: cagliariturismo.it

EAT

Brainchild of an islander who lived a long time in London, Coccodi (00 39 706 70468; via Santa Margherita 9) is a smart little café/deli with mismatched furniture and distressed wood floors. Its bank of shiny glass counters are heaving with baked goods, everything from paper-thin pane carasau (flat bread), to organic loaves made with mirto (myrtle, the berried shrub ubiquitous in Sardinian cuisine). Lunch is a steal: a choice of hearty salads costs just €5.50 (£4.40). Add a more indulgent slice of home-baked pizza and elaborately iced cake and you’ll still get away with paying around a tenner. Also open for dinner (unlicensed), until around 10pm.

DRINK

Dulcis, the pioneering little boutique grocery store on the Marina neighbourhood’s happening Via Baylle (00 39 070 240 901; dulcispasticceria.it), sells a carefully selected range of traditional Sardinian treats. It was extended this spring to incorporate a deli-café; you can now taste everything from sweets and pastries (don’t miss the bite-sized pardulas, feather-light cakes made with ricotta and lemon), to local wines such as the standout Korem and Turriga, from the leading Agricolas winery, plus shelves of superb local Vermintino. Come here for aperitivi and beautifully-crafted snacks.

SPEND

Black Nera di Arbus sheep, icons of Sardinia’s wild interior, produce beautiful if hard to craft wool, largely confined to use in carpets and shepherd’s garb until venerable local designer, Patrizia Camba got her ingenious hands on it. Her take on the traditional mastruca (shepherd’s waistcoat) employs a medieval style of stitching made graphic and large, with stylish high collars, and are surprisingly lightweight. This new line adds to a back catalogue of clothing that cleverly transforms traditional embroidery, peasant pleats and utilitarian bags into urbane and elegant womenswear. Visit her atelier at Via Farina 67 (patriziacamba.com) or see a select collection alongside clothes, crafts and jewellery from other local designers at Intrecci, at Viale Regina Margherita, 63 (00 39 070 332 8708).

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DON’T MISS

Along with the recently unveiled archaeological digs at Tuvixeddu, Cagliari’s big cultural bang this summer is the new “Giants of Monte Prama” exhibition at the city’s archaeological museum (Piazza Indipendenza 7; archeocaor.beniculturali.it; €5/£4; closed Mondays). These fearsome 9th-century BC sandstone statues, with geometric features that recall C3PO from Star Wars, were once guardians of aristocratic Nuragic tombs (Sardinia’s remarkably advanced Stone-Bronze Age civilisations). They are a starry compliment to an already stellar collection of Roman artefacts, Phoenician pottery and some mesmerisingly life-like ex-votos from Nuragic tombs.

GETTING THERE

Cagliari is served from Stansted by easyJet and from Gatwick by Meridiana. Fares for mid-September currently start at around £136 return.

The new Sardinia Pass offers savings on local attractions and tourist experiences, including scuba diving, snorkelling and boat trips around the island’s numerous beaches. The basic pass costs €5 (sardiniapass.com).

Sarah Barrell

(By the independent: http://www.independent.co.uk/travel/europe/cagliari-take-a-cultural-break-from-the-beach-9705567.html)