Your Sardinia Experience

Novembre 13, 2019

Trekking for life: l’avventura di Daniela

Sono in macchina, è ancora buio e in strada ci sono solo i sopravvissuti del sabato sera. Penso che anche io dovrei essere alla guida a quell’ora solo per tornare a casa e buttarmi a letto dopo la serata. Arrivo al punto d’incontro. Sono tra i primi. Ho gli occhi appiccicati dal sonno. Scorgo dei fari che si avvicinano in contemporanea, dalle macchine scende qualcuno che potrebbe essere dei nostri. Ho freddo e penso che è ancora troppo buio per qualsiasi interazione sociale priva di ripercussioni penali, ma mi faccio coraggio e scendo, raggiungo un capannello di persone. Non mi conoscono ma guardandomi capiscono che anche io sono dei loro, uno fa per presentarsi e dice “Conzuccheroosenza”, “Senzagrazie” dico io nella stretta, e mi ritrovo con una tazza di caffè fumante a scaldarmi le mani. Sorrido e penso che abbiamo dei nomi bizzarri.

È ancora buio, ma è già meno freddo. Non so cosa sia successo durante il viaggio, l’ho usato tutto per dormire. Ho capito che eravamo arrivati, quando, aprendo gli occhi ho visto querce e terra nuda. Ho dovuto prepararmi in fretta, la condizione di torpore mi aveva rallentato mentre gli altri erano ormai quasi pronti. Ho stretto i lacci e fatto un respiro profondo guardando il cielo reduce dall’alba. Mi sono convinta di essere pronta per uno dei trekking più belli della Sardegna.

Siamo a Oliena, nella valle di Lanaitto. La salita è per me già ripidissima, ma a quanto pare il bello deve ancora venire. Il bosco profuma di un’estate secca che vuole diventare autunno, senza fretta. Sono in mezzo al gruppo di queste persone appena conosciute, parlano tra di loro, e dai loro scambi ho come la sensazione di stare tra vecchi amici che si rincontrano dopo qualche tempo per aggiornarsi sul proprio presente. I passi hanno il suono di foglie cadute, metro dopo metro lo scenario muta in colore e consistenza, la terra scura diventa pietra chiara, muri di rocce e ginepri ci portano su una passerella che sovrasta uno scivolo di pietra. Siamo sulla pendice del letto di un fiume adesso in secca. Mi chiedo come scorra l’acqua quando è vivo, la immagino mentre guardo i solchi evidenti che ha lasciato sul suo cammino. Sento difficile dover proseguire, perché è difficile lasciarsi alle spalle quel candore abbagliante.

Il trekking prosegue tra blocchi di calcare appoggiati sulla Terra che consentono passaggi in tunnel naturali. Lentischi e lecci sostengono le incertezze. Si sale, ancora e ancora, la fatica è tanta e sono quasi sempre indietro ma non sto mai sola, a rotazione mi trovo accanto i compagni d’avventura, qualche battuta e mi parlano dei loro lavori, dei posti dove vivono. Sono tutti diversi ma è forte la percezione di una passione che li accomuna.

La prima sosta è su uno spiazzo in cui le rocce accolgono la nostra fatica. Mi chiedo se riuscirò a sopravvivere, visto che non siamo nemmeno ad un quarto del percorso, ma gli altri attorno a me ridono e scherzano, un po’ di tutto, un po’ di tutti. Mi rincuorano. Checco non ha voluto che lasciassi nemmeno la buccia dei mandarini sul percorso “siamo ospiti del bosco, non dobbiamo lasciare nessuna traccia, anche se è biodegradabile” dice. “E va bene” dico.

Ripartiamo. Adesso capisco perché la salita iniziale era uno scherzo in confronto: davanti a me si apre un canalone che ha le sembianze di una cascata di pietre, vedo la fine e mi sembra sempre troppo lontana. So solo una cosa, che dobbiamo arrivare in cima. Vedo la cima e mi sembra sempre troppo lontana. Il peso dei miei passi a tratti mi sembra insostenibile, a tratti vengono dei sorrisi a confortarmi. Ormai ho i chilometri sotto i piedi, per salire mi aggrappo alle stesse rocce che mi ostacolano.

Il trekking porta la targa di pietre graffiate dall’acqua che hanno un colore che non riesco a definire con una parola. Mi ricorda l’azzurro del cielo di una bella giornata d’inverno in Sardegna, prima del tramonto. A questo punto il battito cardiaco che mi pompa forte nelle orecchie è una costante, vedo gli altri salire e zampettare da una pietra all’altra e non posso fare a meno di chiedermi se nelle vite passate fossero stati tutti stambecchi, capre o mufloni, finché appare qualcuno accanto a me che a trentasei denti, dandomi una pacca sulla spalla, mi dice “anche per me le prime volte è stato così”. Lo guardo, mi gronda la fronte, ad ogni passo sento il peso di tutta forza di gravità che agisce sul Pianeta. Tutto quello che ho sopra il collo ha la temperatura di Marte, gli chiedo di avere pietà di me e chiamare l’elisoccorso. Ride.

Ormai ho smesso di pensare alla cima, la fatica e io abbiamo raggiunto un livello di confidenza tale che le sto per chiedere di diventare mia testimone di nozze. Vorrei solo buttarmi a terra e piangere fino a che non fa buio, aspettare che qualche animale selvatico venga a cibarsi di me e ringraziarlo per l’opera buona, e invece mi ritrovo in cima. Mi guardo, guardo gli altri, guardo sotto, il fiato ce l’avevo già mozzato, quindi respiro più forte che posso. L’aria mi invade i polmoni, l’ho sentita forte, quasi come fosse la prima volta che si riempivano d’ossigeno, e come per i bambini appena nati, sarei dovuta esplodere in un pianto energico. Ho avuto tutto il tempo per riempire anche gli occhi e il cuore con quello che stavo guardando.

Eravamo in cima alla dolina de su Suercone, la tappa più importante del trekking, una distesa finita perché ne vedevo i confini, ma una sensazione di infinito e immensità tali da farmi sentire nello stesso momento un essere piccolo, minuscolo e senza influenza alcuna sull’Universo, e contemporaneamente gigante, potente e privilegiato, in grado di poter inglobare così tanta bellezza. Quelli più allenati sono scesi giù nella dolina, a “s’ingurtidorgiu”, io dovevo conservare le forze per arrivare sulle mie gambe alla fine.

Con gli altri rimasti, ci siamo seduti all’ombra di un leccio isolato e maestoso. Mentre restituivo le energie al mio corpo con il cibo e il riposo sulla cima di quel maestoso cucuzzolo, nella mia testa non penetrava alcun pensiero che non fosse riconducibile allo spettacolo che stavo osservando. Vedevo le pareti della dolina come il manto di un animale fantastico pettinato dal suo amico gigante. Attorno a me persone rilassate, e la miniatura tangibile di quell’immensità eterea. Ho fatto un giro lì attorno per perdermi nei dettagli del verde e della roccia, ne ho trovato una leggermente concava che mi ha cullato.

Mi hanno risvegliato per il caffè. A questo punto mi stupiva la mancanza di terrore verso nuovi passi. La mia futura testimone di nozze non era più così presente ed ero avvolta dalla curiosità per la scoperta dei nuovi scenari di questo trekking. Come da promessa il sentiero proseguiva in piano e lì il tuo corpo non chiede pietà, va e basta.

Sento dei campanacci, sotto un leccio vedo tre vacche che ci osservano ruminando, mi chiedo come abbiano fatto ad arrivare fino a lì. Mi chiedo se loro si stiano chiedendo la stessa cosa su di noi. Siamo sulla piana di campu Donanigoro, in fila su un sentiero battuto dai passi, in una distessa di verdi e spruzzi di massi. Tutt’attorno il cielo.

Siamo ormai ai tre quarti del percorso ad anello, mi dicono che c’è solo un’altra salita da sconfiggere prima della discesa finale. Ho di nuovo un po’ di paura adesso, ma penso che posso farcela. Quando arriviamo ai suoi piedi, mi rendo conto di non aver ben compreso in precedenza cosa ci aspettava, non era solo una ripida salita, era di più: era una scala. Un’aspra scala a chiocciola di calcare rosso arancio, ad ingentilirla, solo un corrimano di ginepro. Anche adesso vedo la fine, ma adesso penso che voglio centellinare ogni passo per poterne ricordare ogni granello. Un altro spettacolo per cui vale la pena pagare il biglietto, penso.

Come promesso poi è iniziata la discesa. Ginepri levigati, cisto e lecci ancora tutti lì, a costeggiare il cammino sulle pietre graffiate. Sotto le suole sono tornate la terra e le foglie, gli alberi ai margini del sentiero si sono fatti più alti e frondosi, il canto del vento tra le chiome è colonna sonora degli ultimi chilometri in discesa.

Eravamo arrivati, ero sopravvissuta a 14 km di camminata e 2000 m di dislivello. Il tempo di cambiarci e dare nuovo respiro alla pelle sudata e siamo pronti per la nuova meritata tappa alla cantina sociale di Orgosolo.

I nostri ospiti ci hanno raccontato dei loro vini con passione presente, e per ognuno di noi, la cura che si riserva agli amici più cari. Brindiamo alla giornata appena trascorsa e a chi ci ha permesso di viverla.

Ho usato di nuovo il viaggio per dormire, questa volta per riposare un corpo stanco, ma riempito di un’energia nuova. Siamo arrivati al punto di incontro, adesso saluto tutti conoscendo i loro nomi e qualcosa in più sui bagagli che portano.

Sono alla guida verso casa ed è di nuovo buio.

Ho in mente la potenza dei posti che ho visto. Rifletto sulle persone a cui ho appena augurato la buonanotte. Ho capito le sensazioni che ho avuto guardandoli all’inizio. Tutti con le loro vite, con le loro personalità definite, unite da quello che il trekking ti dà, non solo per quello che trovi di fuori, ma per il tempo che ti concede di stare con te stesso, dentro, nel profondo, per sentire il tuo respiro e lo scorrere della vita in ogni vena.

Persone tra loro sinergiche, in cui si ha lo spazio per condividere fin dove si vuole e stare con se stessi se lo si vuole.

Allacciandomi gli scarponi, mi ero convinta di essere pronta per uno dei trekking più belli della Sardegna, adesso penso che la Sardegna contiene una bellezza per cui non si può mai essere pronti.

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